Padoan e l'austerità infinita.
Di Fabio Di Lenola

La recente intervista rilasciata dal ministro dell'economia italiana rilasciata a RepIdee (link qui), chiarisce ancora una volta, nel caso ve ne fosse bisogno, che la politica economica del governo insisterà con della "sana" e ottusa austerità.

Analizziamo brevemente alcuni dei passaggi più importanti toccati dal ministro.

"Preciso, non siamo più in recessione, l'Italia cresce dal 2014, dopo aver perso 10 punti di Pil. Il Paese ne sta uscendo, le previsioni del Fmi sono anche migliori delle nostre. E dimostrano che il nostro approccio di politica economica è un modo di gestire la sfida appena posta. Lo si fa camminando in quello che io ho definito 'sentiero stretto', evitando di aumentare il debito senza soffocare la crescita. Con la politica di bilancio, ma anche in stretto collegamento con le riforme strutturali. Un punto importante, che ci riporta a 20 anni fa. Vero che l'Italia è cresciuta meno, ma per ritardi strutturali accumulati prima della crisi finanziaria. In tre, quattro anni sono stati fatti grandi progressi nel rimuovere regole che ostacolavano l'amministrazione pubblica. Le cose stanno cambiando il funzionamento dell'economia e sono convinto che questa crescita si consoliderà negli anni a venire, con l'impatto delle riforme che si farà sentire. Riforme, processi complessi, che richiedono l'intervento della politica ma che poi chiedono di essere implementate. E' la mia idea".

Le rilevazioni effettuate dall'ISTAT rispetto al Pil mostrano più di qualche anomalia come rilevato da diversi osservatori (link qui) e l'aggrapparsi a qualche decimale crescita (gonfiato ad arte da "deflatori miracolosi") per dimostrare la bontà delle politiche messe in campo, non è una buona idea.

Il rischio di venire smentiti già dalla prossima rilevazione ISTAT c'è ed é alto.

È vero che l'Italia fa i conti con 20 anni di crescita sostanzialmente piatta ma ciò è quasi esclusivamente imputabile all'austerità. Con avanzi primari a ripetizione, possiamo affermare con tranquillità che l'Italia ha inserito e applicato la dottrina dell'austerità espansiva con ben 20 anni di anticipo rispetto alle prescrizioni della Troika, con gli effetti che tutti vediamo.

"L'austerity era necessaria per rimettere a posto le finanze dei Paesi che avevano subito lo shock della recessione. Ma un cambio di priorità è già avvenuto nel secondo semestre del 2014, quando l'Italia ha assunto la presidenza Ue riuscendo a far capire che non bastava l'austerity, serviva crescita e lavoro. E a mettere in campo nuovi strumenti, il piano Juncker è un esempio di quel cambiamento."

Dire che l'austerity é servita a rimettere i conti pubblici in ordine è semplicemente falso. Controllando velocemente i dati ci si accorge con facilità che i debiti pubblici degli stati sottoposti alla cura dell'austerità sono cresciuti di svariati punti percentuali rispetto al Pil e non poteva che essere così.

Austerità significa meno crescita, meno crescita significa più disoccupazione, più disoccupazione necessità di più deficit (via stabilizzatori automatici) e la conseguenza non può che essere più debito (vedere il grafico sotto). Il tutto riprodotto ad libitum. Il caso della Grecia è veramente emblematico.
Ad ogni nuova tranche di aiuti si richiedono nuove misure di austerità che deprimono il pil, che aumentano il debito, che richiede di nuovi aiuti per finanziarlo.

more austerity more debt

Sul piano Juncker inutile aggiungere qualcosa, dato il fallimento pressoché totale.

"Anche nel caso delle banche si verifica all'esterno la stessa percezione sbagliata delle riforme. Nei mesi passati i commentatori internazionali parlavano delle sofferenze delle banche italiane. In Italia sono state fatte anche in questo settore delle riforme, e siccome l'economia va meglio le sofferenze delle banche si stanno riducendo. Si è risolto positivamente il caso Unicredit, è in via di risoluzione Montepaschi e sulle banche venete si lavora alcremente. Il lavoro che le istituzioni italiane portano avanti assieme a quelle europee è difficile ma fruttuoso. Le complicate regole europee non sono mai state del tutto applicate, invece vanno applicate in modo attento e concordato. Lo facciamo, lo faremo, lo scenario sarà molto più favorevole a tutto il sistema bancario e i casi critici saranno alle spalle. A quel punto l'Italia sarà in grado di dimostrare di aver saputo risolvere un problema molto italiano".

Qui c'è un punto importante che viene affrontato dal ministro. Ovvero le sofferenze bancarie e la loro genesi. Si può leggere tra le righe come la causa della sofferenze bancarie e dei debiti incagliati, sia la diretta conseguenza della crisi economica e non la mala gestione e le ruberie (che pure vi sono) come riportato dai media. Ovviamente manca il collegamento tra austerità, crisi economica e deterioramento del sistema bancario italiano, che è certamente diretto.
Il bail-in, in questo senso, non può essere la soluzione ma un aggravante, visto che non garantisce la solvibilità delle banche, come invece un “prestatore di ultima istanza” potrebbe e dovrebbe fare (le Banche Centrali nascono storicamente anche per questo).

"I nostri spazi sono limitati dal debito, troppo alto e che deve scendere. Si ignora che negli ultimi 15 anni l'Italia, dopo la Germania, ha avuto la politica fiscale più rigorosa. Ad eccezione del 2009, con saldo positivo. Ma il debito ci impone di seguire questo atteggiamento".

Qui la confusione è a livelli molto alti.
Si dice che il debito pubblico italiano è alto, si aggiunge che da quindici anni l'Italia applica una politica economica restrittiva e si conclude dicendo che il debito deve scendere perché non c'è lo spazio fiscale che servirebbe.

Delle due l'una. O le politiche restrittive hanno causato la crescita del debito (con il meccanismo già spiegato sopra) oppure il debito a questo punto non dovrebbe esserci.

Affermare, poi, che non c'è spazio fiscale a causa dell'elevato debito pubblico è difficilmente spiegabile se si guarda alle esperienze del Giappone, degli Stati Uniti e dell'Europa stessa da quando è stato promosso il quantitative easing.

Padoan conclude l'intervista definendosi come un ministro tecnico. A noi pare che la sua sia un'intervista tutta politica.

Padoan smetta le vesti del politico e torni a fare l'economista, è meglio per tutti.


Autore: Fabio Di Lenola - CSEPI

20/06/2017