L'economia mainstream ha inesorabilmente fallito! Serve un radicale cambio di paradigma.


Abbiamo posto alcune domande al prof. Mario Seccareccia* sui seguenti argomenti: jobs act; politica fiscale in ambito europeo; Panama Papers; concetto di moneta; equilibrio di mercato; impossibilità delle Banche Centrali di andare in default.

Seccareccia1D. Gli ultimi dati diramati dall'Istat certificano un peggioramento degli occupati e un aumento della disoccupazione. Il jobs act non ha prodotto effetti rilevanti (o comunque molto modesti) per quanto riguarda la risoluzione del problema della disoccupazione, come ampiamente previsto da diversi economisti (eterodossi e non, si pensi ad esempio allo stesso Blanchard o al FMI). I pochi decimali di punto recuperati, più che dal jobs act in sè, sono dipesi in realtà dagli incentivi monetari distribuiti alle imprese (si veda l'ultimo studio della Banca d'Italia). Il jobs act si inserisce in un percorso di "riforme" del mercato del lavoro, in particolare, iniziato negli anni '80. Si può, secondo lei, affermare che il jobs act rappresenti una sorta di resa dei conti definitiva verso il mondo del lavoro stesso?

 

R. Il recente Jobs Act di Renzi, che vorrebbe promuovere la creazione di posti di lavoro, si basa in realtà su una vecchia visione della disoccupazione in Europa, diffusa a partire almeno dal 1980. In quell’epoca economisti mainstream, in particolare dell'OCSE, erano soliti sostenere che l'Europa accusava sofferenze dal lato dell'offerta. In particolar modo si riferivano sia al potere contrattuale dei lavoratori, sia alla "rigidità" del loro mercato, che venivano definiti come una sorta di "eurosclerosi". Presumibilmente, questo accadeva perché veniva osservato in diverse occasioni come tali caratteristiche fossero eccessivamente legate ad una struttura di regolamentazione troppo a favore dei lavoratori.

Sebbene questa spiegazione della disoccupazione sia in gran parte stata abbandonata da importanti esponenti dell'OCSE, continuiamo tuttavia ad osservare come rimanga immutata la volontà di applicare la stessa combinazione di politiche economiche, che attualmente si vorrebbero realizzare anche nella Francia di François Hollande, questa volta attraverso ovviamente la riforma dello statuto dei lavoratori francesi. È veramente ironico come il governo italiano, insieme agli altri stati europei, si stiano concentrando solo su tali presunti problemi che, si continua a sostenere, scaturirebbero dal lato dell'offerta, mentre molte economie del continente sono colpite, in realtà, da un costante stato di deflazione. Come in un circolo vizioso, quest’ultima è dovuta infatti alle conseguenze dell’austerità, la quale viene prodotta perché, al contrario, è proprio la contrazione di domanda del mercato del lavoro che sta generando un alto tasso di disoccupazione.

In effetti, tale ambiente deflazionistico che accompagna l'attuale stato di disoccupazione di massa è un fenomeno che non avevamo assistito fin dal 1930, ed è difficile capire come salari in caduta, che non fanno altro che ridurre la spesa per consumi, presumibilmente riusciranno a creare più posti di lavoro nell’ambito di un’economia nazionale. Dopo tre decenni di continui tentativi di combattere la disoccupazione attraverso misure tali che si impongono di correggere il lato dell'offerta, questo atteggiamento diventa ora simile a quello di frustare un cavallo morto al fine di spremerlo per ottenere maggiore lavoro.

In realtà, l'unica possibilità di far crescere il lavoro, continuando a correggere il lato dell'offerta nel bel mezzo di una deflazione salariale, è quello di trovare nuovi sbocchi commerciali attraverso le esportazioni estere e la competizione con quei paesi, i cui salari sono ancora più bassi rispetto a quelli europei, come ad esempio la Cina. Ma l’esito del perseguimento di una siffatta gara competitiva neo-mercantilista, tutta concentrata ad abbassare i salari ancora di più rispetto al resto del mondo, è che non porta a nulla, se non ad esportare il problema della disoccupazione anche altrove.

Quello che abbiamo imparato infatti dall'esperienza del 1930 è che un taglio dei salari di altri paesi non farebbe che peggiorare le cose a livello internazionale finendo soltanto per ridurre la domanda globale. Quindi, un attacco al costo del lavoro per mezzo della deflazione salariale è sbagliata e paradossalmente fa male agli stessi profitti, riducendo la domanda globale nei confronti del consumo, che è il motore fondamentale della crescita economica complessiva.

Quindi, in risposta alla vostra domanda, questa "resa dei conti" con il lavoro, cercando di ridurre i costi del lavoro, alla fine sarà in realtà un danno sia per la crescita che per i profitti. Come abbiamo illustrato in un documento di lavoro recentemente disponibile presso l'Istituto per il New Economic Thinking, lungi dall'essere un problema, la viscosità dei salari è in realtà importante come stabilizzatore macroeconomico. Al contrario, è la deflazione dei salari che rende le cose peggiori per ragioni cui già grandi economisti come Keynes e Kalecki avevano ben capito molto tempo fa. Vedere: http://ineteconomics.org/uploads/papers/WP37-Secc-Lavoie.pdf

 

D. Dove va l'Europa? La BCE ha aumentato il volume del QE, sta esplorando il territorio dei rendimenti negativi e sostanzialmente sta tenendo a galla l'Unione Monetaria Europea. Tutte queste manovre di politica monetaria hanno effetti molto deboli su produzione e occupazione (come ampiamente previsto). Senza una politica fiscale attiva l'Europa continuerà a vegetare in questa situazione stagnante, vedendo aumentare le possibilità di una disgregazione incontrollata in caso di nuovi shock. Quali sono i motivi per cui non si interviene con tali politiche fiscali? Dipende da ignoranza, ideologia oppure dal 'conflitto' in atto interno alla società?

 

R. Il 12-13 aprile ero presente alla conferenza annuale “Minsky” presso il Levy Economics Institute negli Stati Uniti, e uno dei relatori è stato l'attuale vice-presidente della BCE, Vitor Costâncio. Diciamo che quest’ultimo ha cercato in sostanza di fare buon viso a cattivo gioco riguardo le ultime operazioni della BCE: le politiche del QE e quella degli interessi di ricarica sui saldi interbancari positivi di compensazione. In realtà è apparso invece come un disperato tentativo di persuadere l'opinione pubblica sulla facoltà, nient’altro che certa, della BCE di poter usufruire di tutti "gli strumenti non convenzionali di politica monetaria" che dovrebbero permettere alla zona euro di uscire fuori da questa stagnazione di lungo periodo.

In realtà questo non è vero. Si sostiene infatti ormai che la loro capacità di contrastare la crisi attuale (come veniva descritto nella celebre fiaba di Hans Christian Andersen), equivalga ad una situazione in cui l'imperatore (BCE) è nudo.

1. Per esempio, esattamente nella maniera di come successe nell'esperienza del QE che sperimentarono gli Stati Uniti tra il 2009 e il 2014, l’attuale politica di QE da parte della BCE non fa nulla per stimolare il credito bancario se non cercando di provocare un probabile effetto di appiattimento della curva dei rendimenti nei vari paesi della zona euro e riducendo anche gli interessi delle aliquote sul lungo periodo.

2. C'è speranza da parte della BCE che, tagliando il tasso di interesse sul lungo periodo, quest'ultimo alla fine riesca a stimolare gli investimenti. Ma, in un mondo di incertezze e di mancanza di domanda aggregata come si presenta ormai quello attuale, gli investimenti tendono a rendere gli interessi molto anelastici.

3. L'unico possibile ulteriore effetto positivo del QE in Europa potrebbe essere quello di acquistare titoli di Stato attualmente detenuti dalle banche commerciali. Ciò potrebbe indurre quest'ultime a tenere gli altri titoli di stato appena emessi a causa di una maggiore liquidità bancaria derivante dal QE. In un certo senso, questo potrebbe anche essere rafforzato tramite una politica che faccia pagare gli interessi delle banche sulle loro riserve in eccesso.

Nonostante tutto, al di fuori di questi interventi marginali, le attuali misure di politica monetaria avranno in realtà pochi effetti sul prestito privato, in quanto, come hanno sempre asserito molti economisti eterodossi, le banche non hanno riserve vincolate. Infatti, come è noto, il credito bancario non è limitato dalla mancanza di riserve, quanto piuttosto da una mancanza di domanda da parte dei debitori privati meritevoli di credito, mentre la domanda di prestiti da parte del pubblico non è determinato dalle operazioni del QE.

Come per la maggior parte dei banchieri centrali, tra i quali anche Mario Draghi, probabilmente è molto difficile ammettere che le banche centrali sarebbero al contrario capaci di fare molto di più di quello che stanno concedendo ultimamente. Ciò che serve è infatti principalmente una politica fiscale attiva, per cui la Banca Centrale possa svolgere un ruolo di supporto. Viceversa, come è noto, i governi nazionali dell'Eurozona sono vincolati invece da una struttura istituzionale imposta loro dal Trattato di Maastricht, dal patto di stabilità e crescita e dal Fiscal Compact, che rende i governi ostaggi dei mercati finanziari, come abbiamo visto si è già verificato con la Grecia.

Tuttavia, se solo si volesse, queste istituzioni vincolanti potrebbero essere cambiate. Ciò che serve più di tutto, in ultima istanza, è la volontà politica. Purtroppo le élite politiche europee, non solo in Germania, ma anche quelle (del sud Europa) dei paesi che stanno soffrendo di più, sono disposte a convivere con tali restrizioni che condannano le proprie popolazioni all’ impoverimento continuo attraverso la deflazione salariale e la disoccupazione di massa. Tali strutture antidemocratiche, che tengono legate completamente le mani dei governi nazionali nel perseguire un tipo di politica fiscale attiva, sono i veri ostacoli ad una politica macroeconomica anticiclica. A meno che non si facciano i necessari cambiamenti istituzionali, queste società rischiano benissimo anche di far rivivere alcune di quelle mostruosità politiche che ancora si annidano nel passato dell’Europa. Ce ne accorgiamo, ad esempio, quando vediamo l'aumento dei movimenti di ultra-destra in gran parte di questi paesi.

 

D. E' recente il caso dei "Panama Papers". Stante il fatto che, effettivamente, il sistema bancario/finanziario debba essere assolutamente regolamentato, che valenza-impatto ha nell'economia reale una fuga dei capitali verso i cosiddetti paradisi fiscali?

 

R. Abbiamo già visto come la deregolamentazione del sistema finanziario iniziata a partire dal 1970 abbia portato alla fine alla crisi finanziaria internazionale del 2008. Abbiamo anche visto, sempre dal 1970 in poi, come i governi abbiano smesso di tassare le società per favorire la crescita di risparmi privati e dei consumi interni, tutto quanto col fine di attrarre investimenti esteri attraverso la liberalizzazione dei flussi di capitale finanziario.

In fondo i fatti di Panama stanno rivelando solo un altro aspetto di questo problema, per cui i ricchi, che costituiscono l’1% della popolazione, può evitare di pagare le imposte sul reddito e sulla propria ricchezza. Anche se nessuna di questo tipo di evasione fiscale è nuova, i giornali di Panama hanno il merito di ricordarci fino a che punto questa abitudine sia stata consolidata. È molto ironico comunque che alcuni dei protagonisti coinvolti in questa attività illecita siano poi gli stessi politici che, a livello internazionale, hanno predicato la necessità di fare l’austerity, aumentando le tasse a casa propria così come il taglio della spesa verso i trasferimenti che si sarebbero dovuti trasferire alla fasce meno benestanti in nome della finanza sana e il bilancio pubblico in pareggio.

Ovviamente le rivelazioni dei documenti di Panama gridano, al contrario, la necessità di ri-regolamentare la finanza. Ma sarà difficilmente raccolto dai leader politici neoliberali che sembrano celebrare il mercato "libero" e l’austerità; a condizione tuttavia che le politiche di austerità naturalmente non si applichino a loro.

 

D. Nel dibattito macroeconomico ancora ci si "scontra" sul concetto di "moneta" e sul ruolo che riveste all'interno di una economia capitalista, dunque monetaria. Cos'è pertanto "la moneta" e che ruolo ha nei rapporti sociali?

 

R. Sono le differenze fondamentali nella concezione di denaro che definiscono in primo luogo da quale parte dei dibattiti macroeconomici diversi economisti si trovano. Coloro che si situano nel dibattito a favore dell'austerità iniziano con il concetto di denaro, come se si trattasse di un bene scarso, come, ad esempio, nei tempi più antichi, l'oro. Questo punto di vista è rappresentato dalla tradizione monetarista sostenuto da Milton Friedman degli anni 1970 e 1980. In effetti, furono quegli stessi economisti monetaristi degli anni 1980 che avevano consigliato come la zona euro avrebbe dovuta essere messa nelle condizioni di operare sulla base di questa concezione antica del denaro. È per questa ragione che hanno istituito un tale spettro di regole restrittive, che hanno impedito ai governi di accedere direttamente alle risorse finanziarie di una banca centrale sovranazionale, e che hanno portato ad una separazione formale tra il denaro e lo Stato.

Sull'altro versante della divisione teorica ci sono gli economisti eterodossi, i quali associano invece il denaro al risultato di un'operazione dei bilanci da parte di terzi, quando tali operazioni di bilancio vengono svolte da una banca centrale, in accordo con la teoria cartalista, oppure attraverso banche commerciali private, come nella teoria circuitista. Ma il denaro non può mai essere scarso (se non di proposito). Le risorse umane e naturali possono essere scarse, ma il denaro non può mai esserlo.

Da queste visioni concorrenti sul denaro, derivano diverse concezioni della politica fiscale. La visione neoclassica tradizionale concepisce la politica fiscale come fonte di instabilità in quanto spinge a "spiazzare" gli investimenti privati, oppure, se accompagnata dalla creazione monetaria, in quanto fonte di instabilità del livello dei prezzi. Per queste ragioni, promuovono politiche di "finanza sana" che vietano spesa a deficit (deficit spending).

Sulla base di questo punto di vista, la posizione eterodossa vede la politica fiscale come un potenziale strumento di stabilizzazione macroeconomica, che promuove una politica di "finanza funzionale". Si tratterebbe quest'ultima di una prospettiva che vede il deficit di bilancio non come fine a se stesso, ma come mezzo per raggiungere obiettivi socialmente desiderabili quali la piena occupazione. Queste differenze di prospettive politiche hanno origine direttamente dal diverso modo con il quale si concepisce la natura del denaro.

Fra i due punti di vista, nella struttura istituzionale della zona euro prende corpo proprio la concezione distorta dell’origine del denaro, quella che vorrebbe la sua netta separazione dallo Stato. Tale separazione è la fonte dei problemi profondi che affliggono la zona euro. È questa separazione istituzionale che sta distruggendo il tessuto stesso della società europea che hanno costruito con tante lotte durante il primo dopo guerra.

 

D. In un suo ultimo articolo redatto insieme a Lavoie lei mette in luce, in maniera problematica, il concetto di ‘equilibrio’. Tale concetto è uno dei cosiddetti paradossi dell'economia dominante. Cosa sopravvive, rapportando la teoria con il mondo reale, del concetto di equilibrio? Soprattuto, esistono veramente dei prezzi di equilibrio che mettono il sistema economico al riparo da fluttuazioni e shock?

 

R. Ciò che emerge dal documento INET che Marc Lavoie ed io abbiamo scritto in precedenza, è che il ragionamento macroeconomico attuale e dominante, che si basa sui cosiddetti "fondamenti microeconomici", non è in grado né di comprendere né di offrire politiche significative capaci di allontanare le economie dal loro attuale stato di stagnazione. Questo accade perché partono dal punto di vista secondo cui ciò che può essere applicato sul piano micro può essere anche esteso su quello macro. Dunque, gli economisti mainstream partono dal presupposto che, se esiste uno squilibrio in un mercato, l’adeguamento dei prezzi alla fine porterà di nuovo all’equilibrio. Di conseguenza, nel mercato del lavoro:

  1. se non vi è disoccupazione, i salari reali hanno bisogno solo di cadere un pò per eliminare, in una misura simmetrica e corrispondente, l'eccesso di offerta di lavoro.

  2. Allo stesso modo, se si ha un eccesso di offerta di fondi mutuabili (in base all’alto risparmio relativo agli investimenti) i tassi di interesse reali dovrebbero cadere.

  3. E, se c'è uno squilibrio persistente, deve essere a causa della rigidità dei tassi di interesse derivanti dal tasso di interesse nominale e reale del margine inferiore.

In questo quadro di riferimento delle analisi, potremmo constatare i loro obiettivi politici. Per esempio, il fine di tutte queste politiche del mercato del lavoro, come ad esempio il recente jobs act di Renzi in Italia, è quello di fare sì che i salari reali diventino più flessibili verso il basso in modo da “ri-equilibrare” il mercato del lavoro. Allo stesso modo, il tentativo di spingere i tassi di interesse a livello negativo da parte della BCE è un tentativo di abbassare ulteriormente il limite inferiore dei tassi di interesse, al fine di eliminare il mercato dei fondi mutuabili.

Nel nostro documento non solo dimostriamo che questi meccanismi di bilanciamento non funzionano e sono teoricamente infondati, ma che anche i pochi stabilizzatori del settore privato che esistevano durante il periodo precedente la Grande Depressione del 1930 non funzionavano, così come non funzionano adesso nel corso della recente Grande Recessione. In effetti, se non fosse stato per alcune rapide e iniziali azioni coordinate di governo provenienti dal G-20 per stimolare l'economia mondiale tra il 2008-2009, avremmo potuto affrontare uno scenario ancora più devastante di quanto abbiamo effettivamente abbiamo fatto finora.

Purtroppo, mentre la crisi internazionale è stata più mite nel 2008-2009, le conseguenze sul lungo periodo potrebbero essere peggiori, in quanto rimarremo bloccati in uno stato di stagnazione per un periodo di tempo molto più lungo, venendo meno una politica monetaria e fiscale che dovrebbero invece lavorare insieme. Attualmente, il compito di combattere la stagnazione dell'economia mondiale si è affidata quasi esclusivamente sulla politica monetaria. Ma, come Keynes ha reso molto chiaro nel corso del 1930, ciò che è necessario è una forte e continuativa politica fiscale attiva.

 

D. In un paper di recente pubblicazione "Profit distribution and loss coverage rules for central banks" (della BCE) gli autori (a pag. 14, nella nota nr. 7), riferendosi alle banche centrali scrivono "Central banks are protected from insolvency due to their ability to create money and can therefore operate with negative equity" (Le banche centrali sono protette dal fallimento a causa della loro capacità di creare denaro e possono quindi operare con patrimonio netto negativo): in sostanza ammettono che le banche centrali non possono essere insolventi. Finalmente viene ammesso pubblicamente ciò che gli economisti eterodossi, in particolare post-keynesiani, sostengono da anni. Quindi anche l'affermazione "non ci sono i soldi necesari per fare..." pronunciata da politici, economisti, giornalisti mainstream è priva di fondamento empirico. Quali implicazioni ha una dichiarazione del genere?

 

R. Le implicazioni sono evidenti e parlano da sole. Mentre i governi nazionali nella zona euro rischiano e possono diventare insolventi, la Banca Centrale non può mai esserlo, a meno che tutti i governi che costituiscono la zona euro decidono di abbandonarla e tornare alle loro monete nazionali. Come avevo sostenuto in un articolo, che è stato pubblicato solo dopo la crisi greca, la scorsa estate (vedi: http://www.economiaepolitica.it/.../la-bce-e-il-tradimento-d.../), era ironico vedere come la BCE chiedesse alla Grecia (un paese insolvente) di soddisfare il pagamento di €3,5 miliardi di euro nel mese di luglio del 2015, mentre la BCE già stava spendendo letteralmente migliaia di miliardi di euro attraverso il QE con l'acquisto di titoli nel resto dell’euro zona fin dal gennaio 2015.

Come si può capire, la politica del QE mostra più di ogni altra cosa che il denaro non è mai scarso, ma che tuttavia, allo stesso tempo, faccia sollevare questioni di default di debito sovrano, qualora una parte del debito sia detenuto dalla BCE. Come dite voi, è potenzialmente in grado di trovarsi in una posizione di patrimonio netto negativo perché potrebbe, in teoria, tenere titoli di Stato su cui un governo della zona euro può andare in default. Ma ci deve essere sempre almeno un governo che si alzerà dalla parte della BCE per sostenerla, anche in uno scenario assurdo in cui la maggior parte degli altri membri della zona euro facciano default. Tuttavia, un tale scenario sarebbe veramente inconcepibile, dato che a quel punto verrebbe messa in questione l'intera esistenza della zona euro. Tutte queste preoccupazioni circa il "default" di una Banca Centrale sorgono perché non esiste un governo centrale che sta dietro la BCE com'è il caso della maggior parte degli altri paesi in cui esistono le banche centrali nazionali. Ma la storia di ciò che può eventualmente accadere è ancora da scrivere!


(*) Docente di economia presso Dipartimento di Economia, Università di Ottawa.
Autore: CSEPI
Data: 21/04/2016
Anche in versione inglese: The mainstream economics has inexorably failed! It needs a radical paradigm change.