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I fattori che permisero l’avvento del miracolo economico (1951-1963)
(di Jacopo D'Alessio)

Possiamo dividere le cause che portarono al boom economico in tre grandi gruppi:

I -Le esportazioni nette

II -Gli investimenti privati lordi

III -La spesa pubblica a deficit


I. Le esportazioni nette

Il precoce sviluppo dell’export italiano si deve sostanzialmente, afferma Graziani, alle seguenti ragioni:

-Lo Stato protegge il commercio

-Basso numero di occupati e salari contenuti nei settori dinamici

-Mancanza di conflitti sociali


1. Lo Stato protegge il commercio.


Al contrario di quanto comunemente si crede, i risultati ottenuti dai paesi in via di sviluppo sotto la guida dello stato sono superiori a quelli raggiunti durante il successivo periodo di riforme orientate al mercato.

"(…) Tranne poche eccezioni, tutti i paesi di oggi – le presunte patrie del libero commercio e del libero mercato (Gran Bretagna e Stati Uniti incluse) – si sono sviluppati grazie a quella combinazione di protezionismo, sussidi e altre politiche che oggi sconsigliano ai paesi in via di sviluppo. Pochi paesi sono diventati ricchi grazie alle politiche neo-liberiste e pochi lo diventeranno in futuro (corsivo mio) (i)".


Come conferma Ha-Joon Chang, anche Graziani spiegava già negli anni ’70 del secolo scorso che il protezionismo fascista, prima, e quell’arco di attesa di circa quindici anni, che andò dal 1945 al primo abbattimento delle dogane, risalente al Trattato di Roma del 1958, fu estremamente salutare per la grande industria strategica italiana. Le protezioni dello stato furono infatti necessarie a consolidare settori quali, ad esempio, la chimica e l’automobile, prima che si mettessero ad abbracciare la competizione internazionale:

"Il settore orientato verso le esportazioni doveva necessariamente essere un settore efficiente e competitivo sul piano internazionale. Esso si giovava certamente della lunga esperienza di industrializzazione protetta che aveva caratterizzato l’economia italiana dalla fine del secolo al termine della seconda guerra mondiale e utilizzava i traguardi raggiunti per trasporli su un piano assai più ampio, combattivo e dinamico (corsivo mio) (ii)".


2. Basso numero di occupati e salari contenuti nei settori dinamici

Di nuovo, al contrario di quanto si pensa oggi, non solo nella fascia del mainstream ovviamente, ma anche nelle fila dei cosiddetti “anti-euro”iii, l’industria esportatrice ha sempre avuto bisogno di una certa misura di disoccupazione per disciplinare il costo del lavoro, in modo da rendere più competitivi i propri prezzi ma anche, allo stesso tempo, per diminuire la domanda di beni all’estero:


"Il fatto che i settori più dinamici dell’industria assorbissero lavoro solo in misura modesta e che la stragrande maggioranza dei lavoratori che abbandonavano l’agricoltura fosse costretta a trovare occupazione precaria nei settori meno dinamici, contribuiva a ridurre la forza sindacale dei lavoratori e di conseguenza a frenare l’aumento dei salari (corsivo mio) (iii)".


Oggi, a distanza di sessant’anni, sono la Cina e la Germania che confermano questo modus operandi delle economie mercantiliste. L’attuale successo del surplus commerciale tedesco è stato reso possibile principalmente grazie agli investimenti e non ai prezzi i quali, nonostante la svalutazione che ha subito il marco grazie all’euro, continuano a rimanere sempre più elevati(iv). Tanto per fare un esempio, lo stesso Gallino ricorda che nel 2010, mentre la Wolkswagen investiva 20 miliardi nel proprio settore, la FIAT si limitava a spenderne 1,9 (v). A monte della superiorità industriale tedesca c’è stato senz’altro il lancio di un massiccio piano di investimenti spesi sulle tecnologie, un radicale ammodernamento dell’organizzazione produttiva, lo stravolgimento della funzione dei sindacativii e, solo in seconda battuta, l’esperienza delle riforme HARTZ (2003-2006) (vi).


Quest’ultime hanno verosimilmente prodotto anche in Germania un dualismo economico simile a quello cui si riferisce Graziani a proposito del miracolo italiano (vii), in quanto il trade off di manodopera in esubero dalle imprese più dinamiche sarebbe riuscito a trovare facilmente collocazione in altri settori arretrati proprio per mezzo dei contratti precari così come sono stati configurati da HARTZ IV. D’altro canto, il ruolo del sindacato tedesco, in seno alla grande industria, è stato fondamentale per la sua accondiscendenza verso le scelte delle imprese che auspicavano il contenimento dei redditi, così come appunto l’espulsione di una parte della forza lavoro. Quest'ultima infatti è stata sostituita progressivamente con l’introduzione di tecnologie più sofisticate, tanto quanto da una maggiore intensificazione del lavoro nella catena del valore. E infatti su questo argomento a proposito dell'Italia Graziani affermava che:

"Un motivo fondamentale del successo delle esportazioni italiane si può attribuire alla bontà dei modelli e della qualità, ma questo è un aspetto tradizionale. Di nuovo c’è invece un aspetto puramente economico: i prezzi italiani sono cresciuti meno che altrove, il che ha scoraggiato le importazioni (nel limite in cui è possibile sostituire importazioni) e ha incoraggiato le esportazioni. A sua volta, la causa del comportamento divergente nei prezzi è da imputarsi essenzialmente a due elementi: 1) la disoccupazione che ha impedito un rapido aumento dei saggi di salario; e 2) un eccezionale aumento di produttività che ha certamente ridotto il costo di lavoro per unità di prodotto nella maggior parte delle industrie esportatrici" (viii).


Da un punto di vista tecnico, le esportazioni nette tedesche come quelle italiane del miracolo rientrano nello schema che Blanchard utilizza per descrivere il modello AS-AD (offerta e domanda aggregata) (ix). Secondo il manuale universitario di macroeconomia, si dovrebbe sempre tollerare un certo margine di disoccupazione, definito non a caso ‘naturale’, per impedire la variazione dei prezzi, i quali, altrimenti, diminuirebbero le scorte monetarie in circolazione. Di contro, un aumento dell’occupazione, che eccedesse le aspettative dei prezzi proposti dalle imprese, spingerebbe gli operatori finanziari a procurarsi nuova liquidità attraverso un aumento della vendita dei titoli. L’aumento di offerta di quest’ultimi, a loro volta, provocherebbe l’innalzamento del tasso d’interesse sui prestiti, così che il sistema delle imprese rinuncerebbe all’acquisto dei titoli stessi, e quindi anche degli investimenti. Da qui scaturirebbe il crollo dell’offerta aggregata e infine delle vendite.

La morale del Blanchard suggerisce che l’introduzione di maggiore precarietà, tanto quanto la diminuzione dei diritti dei lavoratori, così come la messa in conto di un certo numero di esuberi, permetterà in cambio vantaggi nell’arricchimento dei profitti. Perciò, il tasso di 'disoccupazione naturale', insieme ai salari calmierati furono espedienti imprescindibili senza i quali anche la grande industria esportatrice italiana non sarebbe mai potuta diventare competitiva rispetto agli altri settori più arretrati che operavano negli stessi anni, quali ad esempio quello delle costruzioni e del commercio al dettaglio.


3. Mancanza di conflitti sociali


Anche l’idea secondo cui il conflitto salariale sia inutile e dannoso non compare per la prima volta agli inizi degli anni ’80, ovvero, in una fase successiva ai famosi ‘30 anni d’oro’, a causa dell’avvento alla presidenza americana di Ronald Reagan e di Margareth Thatcher in Gran Bretagna. Bisogna avere il coraggio di rendersi conto che le strategie di contenimento dei redditi sono molto più antiche (x), e furono l’altra grande leva senza la quale non sarebbe stato mai possibile aumentare il volume delle esportazioni durante i 12 anni del boom economico italiano. Che inoltre queste furono possibili soltanto grazie alla debolezza del tessuto sindacale prolungatosi almeno fino al 1960:

"In tutto il primo periodo del miracolo economico non vi fu in Italia un solo sciopero a carattere nazionale avente motivazione strettamente economica. Per trovare i primi scioperi nazionali a contenuto prettamente rivendicativo, occorre arrivare al 1959 o al 1960. In tutti gli anni precedenti, l’azione rivendicativa si presentò frazionata, e sostanzialmente debole. Naturalmente questo non significa che i salari reali dei lavoratori dell’industria non siano aumentati negli anni del miracolo economico; al contrario, essi subirono degli aumenti tutt’altro che trascurabili. Ma, specialmente nei settori dinamici, gli aumenti dei salari restavano costantemente al di sotto degli aumenti della produttività, dando luogo alla formazione di un volume crescente di profitti e a una progressiva redistribuzione del reddito a favore dell’impresa e a danno dei lavoratori" (xi).

Tra i no-euro, viceversa, si è diffuso il mito secondo cui il recupero della competitività delle merci permetterebbe di aumentare le scorte monetarie M \ P. Di conseguenza, quest’ultime porterebbero ad una diminuzione dell’offerta dei titoli, e quindi ad una circolazione maggiore di liquidità che dovrebbe abbassare i tassi d’interesse sui prestiti. Ciò dovrebbe essere sufficiente a spingere il sistema delle imprese a tornare ad investire e, infine, ad assumere. Viceversa, non la pensa così Emiliano Brancaccio quando afferma che:


"Se continuiamo ad assumere che le imprese non approfittino della debolezza dei lavoratori per accrescere il margine di profitto, allora µ resta invariato e la riduzione dei salari monetari comporterà una riduzione dei prezzi. Di conseguenza diminuiranno anche i prezzi attesi, e con essi di nuovo i salari, i prezzi, e così via. (…) La deflazione dei salari e dei prezzi comporterà il consueto incremento del valore reale delle scorte monetarie M \ P e quindi un aumento della domanda, della produzione e dell’occupazione, con conseguente calo della disoccupazionexii (corsivo mio)" (xii).


Si potrebbe realizzare un recupero di competitività sui prezzi anche con l’idea di svalutare il cambio. È questo un concetto che si è sentito ripetere più volte in questi ultimi anni per voce di personaggi come Stefano Fassina, oppure Alberto Bagnai, secondo cui: “non potendo svalutare la moneta si svalutano i salari” (xiii). Tale dichiarazione riposa sul fatto che l’uscita dall’euro, e il ripristino di un'ipotetica neo-lira, dovrebbe svalutarsi all’incirca del 30% così da assicurare una diminuzione dei prezzi di pari valore.


Ma come ci dimostra anche la storia italiana, la questione non può essere risolta affatto in modo meccanicistico. In realtà, continua Brancaccio, se i lavoratori rinunciano ai propri diritti e alla difesa sindacale “Perché mai le imprese non dovrebbero sfruttare una simile occasione?” (xiv). Al contrario, la maggior parte dei casi dimostra come, ad una diminuzione dei costi di produzione (es: causa anche un'eventuale svalutazione monetaria), il comportamento delle imprese sarà quello di lasciare i prezzi invariati, riuscendo così ad aumentare il loro mark-up (profitto).

Ciò accaddeva, proprio in questi termini, quando l’Italia uscì dal cambio fisso dello SME Credibile nel 1992: un’operazione economica spesso definita efficace dai no-euro nella misura in cui permise alle nostre industrie una rapida svalutazione dei prezzi. In effetti, come documentano i dati di allora, di seguito allo sgancio dal marco, la lira poté svalutarsi, così che il volume delle esportazioni italiane prese a crescere nuovamente (xv). Tuttavia, gli stessi economisti si dimenticano poi di menzionare che la plus valenza commerciale non riuscì a creare quell’occupazione di massa che oggi vorrebbero raggiungere per mezzo di una strategia simile, attraverso stavolta l’uscita dall’Euro. Ma che, anzi, dopo la rottura con lo SME, i salari italiani ristagnarono e la disoccupazione si mantenne costante a prescindere dal miglioramento delle partite correnti (xvi).


II. Gli investimenti privati lordi


In maniera simile, Graziani ci racconta come gli imprenditori durante il decennio del miracolo economico riuscirono a stabilizzare i loro prezzi rispetto ai salari che, viceversa, crescevano più lenti, nonostante aumentasse sempre di più il mark-up delle aziende. Dobbiamo dire infatti che, più della spesa pubblica, e delle esportazioni nette, furono gli investimenti privati lordi ad essere il fattore trainante dell’epoca. Si parla di una media annua di 1.787 miliardi tra 1950 e il 1951, rispetto alle esportazioni nette che erano di 112, e una spesa pubblica di 1.245 miliardi. Si passa poi tra il 1960 e 1961 ad una media di investimenti di 4.267 contro i 23 delle esportazioni nette e i 2.318 della spesa pubblica (xvii). Furono insomma soprattutto gli investimenti a creare simultaneamente tanto l’offerta aggregata quanto i mezzi di consumo. Ma, per l’appunto, tali grandezze vennero lasciate crescere deliberatamente in modo squilibrato:

"Ovviamente, questo progressivo ampliarsi dei margini di profitto si verificava soprattutto, se non esclusivamente, nei settori dinamici, nei quali l’aumento della produttività era più veloce e sopravanzava di gran lunga l’aumento dei salari. In tal modo, i settori più avanzati venivano a disporre in misura crescente di fondi interi per l’investimento. Per cui l’attuazione di un flusso crescente di investimenti in questi settori risultava non solo appetibile, dati i profitti che generava, ma anche finanziariamente facile a realizzarsixviii (corsivo mio)" (xviii).


Se è pur vero che negli anni tra il 1951 e il 1962 gli investimenti crebbero a tassi elevati (quasi il 10% annuo a prezzi correnti) non si registrarono fenomeni inflativi per un presunto eccesso di domanda. E, anzi, anche per questo motivo vi fu una ‘inconsueta’ stabilità monetaria. La causa di tutto ciò fu sicuramente attribuibile ad un calo graduale di valore del 'moltiplicatore', derivante proprio da una modifica progressiva della distribuzione del reddito, come spiegato nel seguente passaggio:


"(…) poiché la propensione al consumo dei titolari di reddito da lavoro è sempre superiore alla propensione al consumo dei titolari dei redditi da capitale, questa redistribuzione veniva in sostanza a togliere reddito ai gruppi che consumano frazioni maggiori del proprio reddito per attribuirlo a gruppi che ne consumano una frazione minore. Come conseguenza, la propensione media al consumo dell’intera collettività diminuiva e con essa cadeva progressivamente il valore del moltiplicatore". (xix)


L’accoppiata investimenti crescenti e valore del moltiplicatore decrescente produsse, si, un aumento della domanda globale, ma ad un tasso ridotto che risultò inferiore a quello degli investimenti. In altre parole, la pressione della domanda perse di forza rispetto all’incremento che tali investimenti avevano realizzato. E in questo modo si venne ad eliminare un possibile eccesso di domanda che avrebbe potuto dare origine a pericoli inflativi.

A nostro avviso, è sulla scia di questo ragionamento che vanno inquadrate le riforme HARTZ. La precarizzazione diffusa del mondo del lavoro tedesco ha creato un fenomeno di depressione salariale che tuttavia, a discapito delle teorie no-euro, non rientra in quei settori direttamente coinvolti nella competizione tecnologica con quelli analoghi degli altri paesi europei (xx). Come si è cercato di spiegare, rimangono gli investimenti la chiave di volta dello sviluppo commerciale tedesco, tanto quanto furono decisivi quelli italiani durante il boom. Ma allora, a cosa sono servite quelle riforme?


Come avvenne nell’Italia del dopo guerra, sono diventate in parte la conseguenza, in parte la componente funzionale del meccanismo che protegge le esportazioni. Servaas and Naastepad spiegano come, da un lato, le grandi aziende abbiano avuto la facoltà di selezionare una porzione esigua di lavoratori specializzati (high working skills); dall’altro, i settori più arretrati sono in grado di assorbire gran parte della popolazione inattiva e con basso profilo professionale (low working skills), compresa quella che è stata espulsa dai cicli produttivi precedenti (xxi.)

Da questo ragionamento scaturisce una nostra deduzione in base anche al quadro storico lasciato da Graziani. Ovvero, che i lavoratori precari dei mini jobs (caratterizzati da stipendi di 400 euro al mese), mentre riescono a sopravvivere grazie ai sussidi statali (in quanto puntualmente sono autorizzati dalle istituzioni a violare deliberatamente il patto di stabilità così stabilito in sede UE), diminuiscono la propensione al consumo. In questo modo, il modesto moltiplicatore che ne risulta svolge, a sua volta, la funzione specifica di frenare la domanda interna così che possono venire protetti i compartimenti dinamici dell’industria sia dall’inflazione che dall’importazione di beni esteri. 


III. La spesa pubblica a deficit


Dunque, come abbiamo detto, nonostante le avversità ideologiche della classe dirigente italiana (di Eiunaudi in primis) la spesa pubblica si ebbe e fu inoltre notevole. Questa si concentrò fondamentalmente: a) sull'agricoltura, b) sull’edilizia, c) sui trasporti e le vie di comunicazione. Questi ultimi includevano strade, ferrovie, aeroporti, radio, televisione, telegrafi e telefoni, tutte, o quasi, di proprietà dello stato.


Per quanto riguarda l’edilizia, vale sicuramente la pena ricordare l’immenso piano urbanistico Fanfani del 1949 che venne organizzato ed eseguito dal Comitato di Attuazione, l’ente gestione INA-Casa, e la Commissione Tecnica (xxii). Il progetto aveva l’obiettivo di costruire circa 250.000 alloggi, e gli investimenti che servirono furono il frutto di una combinazione in parte di capitali statali (4,30%), in parte privati: questi ultimi elargiti dagli stessi datori di lavoro (1,20%) e dai lavoratori (0,60%). Una parte venne finanziata anche dal Piano Marshall, di modo che la cifra stanziata raggiunse i 930 miliardi di lire da spendere nell’arco di 14 anni fino al 1963.

L’edilizia permise di far assorbire rapidamente un altissimo numero di operai disoccupati non specializzati che si era andato ad accumulare negli anni immediatamente successivi al conflitto mondiale. Questo, di conseguenza, alimentò il settore dell’indotto costituito da una vasta gamma di piccole-medie aziende che dovevano rifornire i cantieri pubblici di numerosi materiali: quali l’acciaio, strumenti da lavoro, materiali per la cementificazione, rete elettriche, strade, ecc.


Dal 1951 al 1963 la media della spesa pubblica fu di circa 2.318 miliardi di lire (xxiii), e si preme sottolineare, soprattutto per i non addetti ai lavori, che tali finanziamenti provenivano nella loro interezza da un bilancio statale di cui il Tesoro era autorizzato a disporre senza rispettare limiti esterni formali di sorta, quali quelli che furono posti in seguito dal Trattato di Maastricht nel 1992, né, come dimostreremo, perfino quelli dettati dal Gold Standard. Infatti:


"Il principio del pareggio del bilancio può subire un’eccezione a favore dello Stato. È infatti stato ammesso per lungo tempo che il Tesoro dello Stato possa trovarsi perpetuamente indebitato nei confronti della Banca Centrale. Ammettere la presenza di un debito stabile significa ammettere che lo Stato possa effettuare spese per un ammontare superiore alle imposte prelevate e alla liquidità presa a prestito da risparmiatori privati attraverso emissione di titoli del debito pubblico" (xxiv).


Dunque, seguendo alla lettera il modello dei saldi settoriali di W. Godley (xxv), fu perciò lo Stato ad alimentare il settore privato del commercio e delle costruzioni a prescindere dal loro livello di efficienza e i metodi arretrati che li caratterizzavano:

"I settori delle costruzioni, del commercio al dettaglio, e (specialmente nelle regioni meridionali) il pubblico impiego sono state le grandi spugne che hanno assorbito la disoccupazione, trovando collocazione a tutti coloro che venivano espulsi dall’agricoltura e che non trovavano impiego nei settori dinamici dell’industria . (…) Fra il 1951 e il 1963 l’occupazione dipendente è cresciuta quasi dell’84%" (xxvi).


Fatto che qui ci interessa mettere in evidenza, in quanto fruitori della teoria post-keynesiana, Graziani dimostra come, storicamente, una parte del settore privato fosse riuscito a crescere proprio perché, innanzitutto, era rimasto autonomo dal mercato aperto e, viceversa, era stato alimentato da una spesa pubblica gratuita, come è potuto ancora solo accadere fino al 1999-2000 in assenza di creditori verso terzi.

Conclusioni provvisorie.


Come abbiamo cercato di sottolinerare, mentre il sistema delle esportazioni nette fu innescato deliberatamente con la partecipazione attiva della classe dirigente, la spesa pubblica, al contrario, fu erogata contro la volontà politica a causa, come si è detto, di pressioni regionali inderogabili provenienti dalle amministrazioni periferiche.


Le esportazioni nette sono possibili, oggi come allora, solo in un ambiente competitivo caratterizzato da bassi salari e un tasso di 'disoccupazione naturale' costanti che diventano possibili grazie ad una debole struttura sindacale, così come ad una rinuncia in generale dei diritti sul lavoro.
Dunque, come accadde allora per l'Italia, così accade oggi per la Germania e la Cina, per cui un’economia che decide di usare il proprio surplus commerciale come variabile principale nella determinazione degli investimenti, sarà obbligata necessariamente a frenare la domanda globale mediante una politica dei redditi al ribasso se vuole evitare supposti fenomeni inflativi tanto quanto la domanda di beni esteri.

Se, da una parte, la spesa a deficit aveva sottratto una certa volontà, del privato, di sapersi evolvere sul versante della qualità, furono solo lo Stato e il compartimento economico a basso valore aggiunto, e non quello dinamico dell’export, gli unici settori realmente capaci di creare occupazione di massa.


La spesa a deficit proveniva unicamente dal bilancio pubblico senza che lo Stato si trovasse costretto nella posizione di debitore contro terzi, e a prescindere dal fatto che fossimo anche allora sotto l’egida di un cambio fisso come il gold standard.



Note:


i I) Le esportazioni nette
 Ha-Joon Chang, 23 cose che non ti hanno mai detto sul capitalismo, Il Saggiatore, cit. pg. 228, Milano 2012.
ii  A. Graziani, L’economia italiana 1945-1970, Il Mulino, cit.pg. 167, Bologna 1972.
iii  Vedi ad esempio: A. Bagnai, Il tramonto dell’Euro, Feltrinelli, Padova 2013; A.M. Rinaldi, Europa Kaputt, Adelphi Edizioni s.p.a., Milano 2013; A. Borghi, intervista in Affaritaliani.it,http://www.affaritaliani.it/economia/borghi-euro240314.html , 24 marzo 2014.
iv  A. Graziani, L’economia italiana 1945-1970, cit.pg. 40.
v  «'Germany’s resilience cannot be explained in terms of its (superior) international cost competitiveness, nor can one attribute the Eurozone imbalances to differences in relative unit labor costs. Germany’s rebound is not due to the Hartz reforms and “effective wage suppression'. Far from it. We argue that Germany’s remarkable rebound must be explained in terms of the country’s superior technological performance giving rise to strong non-price competitiveness'. Indeed, wage compression increases oligopolistic profit margins rather than competitive» in http://ineteconomics.org/uploads/papers/PED_Paper_Storm_N.pdf , Servaas Storm & C.W.M. Naastepad, Crisis and Recovery in the German Economy: The Real Lessons, Working Paper No. 2, Delft University of Technology, The Netherlands, March 2014.
vi  Luciano Gallino, La Lotta di classe dopo la lotta di classe, Editori Laterza, pg. 62, Roma-Bari 2012.
vii «We argue that in the early to mid-1990s, the specific governance structure of the German system of industrial relations allowed for an unprecedented increase in the decentralisation (or localisation) of the process that sets wages, hours, and other aspects of working conditions, from the industry- and region-wide level to the level of the single firm or even the single worker. This process of wage decentralisation helped to bring down wages, in particular at the lower end of the wage distribution, and ultimately improved the competiveness of the German economy.» in http://www.voxeu.org/article/german-resurgence-it-wasn-t-hartz-reforms#.UvCq1WpO7cU.twitter ,Christian Dustmann, Bernd Fitzenberger, Uta Schönberg, Alexandra Spitz-Oener, From sick man of Europe to economic superstar: Germany’s resurgence and the lessons for Europe, 03 February 2014.
viii  https://it.wikipedia.org/wiki/Piano_Hartz
ix A. Graziani, Il problema del dualismo economico, in L’economia italiana 1945-1970, cap. 7.
x  O. Blanchard, Macroeconomia, Il Mulino, cap. 7, Bologna 2011.
xi  F. Hayek, Price and production, Augustus M. Kelley Publishers, New York 2005.
xii  E. Brancaccio, Anti-blanchard, FrancoAngeli, pg. 14-20, Milano 2014.
xiii  A. Bagnai, Il tramonto dell’euro; S. Fassina, https://www.youtube.com/watch?v=NWpzSyOd6e4 , Omnibus - LA7, 7 ottobre 2015.
xiv  «E’interessante notare che l’intera sequenza si basa sull’ipotesi che, nonostante la debolezza dei lavoratori, le imprese decidano di non approfittarne. Infatti, nel momento in cui i salari monetari diminuiscono, le imprese ridurranno proporzionalmente i prezzi, lasciando così invariato il margine di profitto. Tuttavia, in una situazione simile, sembrerebbe più probabile che le imprese lascino invariati i prezzi – o li riducano meno dei salari – ottenendo così un aumento del mark-up. (…) Perché mai le imprese non dovrebbero sfruttare una simile occasione?» in E. Brancaccio, Anti-blanchard, cit. pg. 24.
xv "«Ieri, l' Istat ha reso noto che il 1995 e' stato uno degli anni migliori per la bilancia commerciale della Penisola: anche solo tenendo conto dei primi 11 mesi, l' anno e' stato uno dei piu' esaltanti dai tempi del miracolo economico». http://archiviostorico.corriere.it/1996/febbraio/14/Bilancia_commerciale_1995_senza_precedenti_co_0_9602145403.shtml , in archiviostorico.corriere, 14 febbraio 1996.
xvi «Chi ha sostenuto che non ci dovremmo preoccupare troppo degli effetti salariali e distributivi di una eventuale uscita dall’euro farà bene a ridare uno sguardo alle evidenze storiche. (…) Al contrario, dopo l’uscita dallo SME del 1992 l’Italia adottò una politica salariale restrittiva che in cinque anni contribuì a una riduzione del salario reale di 3 punti percentuali e a un crollo della quota salari di 6,3 punti» in E. Brancaccio e N. Garbellini, http://www.economiaepolitica.it/lavoro-e-diritti/distribuzione-e-poverta/uscire-o-non-uscire-dalleuro-gli-effetti-sui-salari-e-sulla-distribuzione-dei-redditi/ , Uscire o no dall’euro: gli effetti sui salari, Economia e Politica, 19 maggio 2014.
xvii A. Graziani, L’economia italiana 1945-1970, pg. 158.
xviii Id, cit. pg. 41.
II) Gli investimenti lordi privati
xix Id., cit. pg. 42.
xx «But it is clear that a technologically advanced manufacturing sector is not creating but destroying employment (this has been happening even more dramatically in French manufacturing). That only leaves the non-traded (services) sector as the place to create employment—mostly in the form of low-paid, low-productive temporary part-time (mini) jobs. (…). But although employment growth measured in hours was only modest, German job growth has been much higher, because of a drastic increase in part-time jobs in services», Servaas Storm & C.W.M. Naastepad , Crisis and Recovery in the German Economy: The Real Lessons, cit. pg. 18-19.
III) La spesa pubblica a deficit
xxi  «This does bring us to the growing dualization to Germany’s political economy into a technology competitive core of ‘internationally exposed’ manufacturing sectors, employed skilled high productivity workers who are well protected by employment legislation and social security, and a ‘domestic periphery’ consisting of a ‘sheltered’ services & construction sector, employed skilled-lower productivity workers who work part time and fixed term, often in mini jobs, with little or no legal protection», Crisis and Recovery in the German Economy: The Real Lessons, cit. pg. 19.
xxii P. Gingsborg, L’Italia dal dopo guerra a oggi, Einaudi, Torino 2015.
xxiii  A. Graziani, pg. 273.
xxiv  Id., Teoria economica macroeconomia – 5° edizione, Edizioni Scientifiche Italiane, pg. 158, Napoli 2001
xxv  D. Della Bona, http://memmt.info/site/formula-dei-saldi-settoriali/ I saldi settoriali, Redazione memmt, 16 marzo 2013.
xxvi  A. Graziani, L’economia italiana 1945-1970, cit.pg. 40.

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