L’Italia non è mai stata keynesiana

di Jacopo D'Alessio

 

Introduzione

Se l’Italia ha effettuato nel dopoguerra una politica di spesa generosa, ciò non è stato per intenzione, ma per caso. Tuttavia, è chiaro, a posteriori, che questo è stato un elemento preminente del miracolo economicoi.

 

Per affrontare l’odierna crisi con un’impostazione ideologica che si confronti nel modo più verosimile con una Storia tutt’altro che lineare ma, altresì, fitta di contraddizioni, occorre, prima di tutto, evitare di abbandonarsi a proiezioni idealistiche e soggettive. Ovvero, secondo noi, si dovrebbe evitare di cercare nel passato presupposti miti fondatori, che, se pure animati da nobili intenti, ci impediscano di comprendere le dinamiche di un processo storico come il nostro. Siamo invece favorevoli a selezionare e discorrere, viceversa, su quei frammenti della Storia che è esistita e pertanto avrebbe potuto diventare, ma di fatto non è mai stataii.

 

Dunque, siamo convinti che l’Italia non sia mai stata keynesiana, e che la sua storia politico-economica, dal dopo guerra fino ad oggi, vada interpretata piuttosto sotto la categoria della ‘continuità’. Nel tal caso, si potranno certamente distinguere due o più fasi liberali, ognuna disegnata con le proprie caratteristiche. Quello che segue perciò è un commentario su alcuni momenti iniziali, divulgati dall’economista Augusto Graziani, e che possiamo riassumere in questo modo:

 

1) Il comportamento contraddittorio del governo italiano nell’immediato dopo guerra (1945-1950);

2) i fattori che permisero l’avvento del miracolo economico (1951-1963);

3) e alcune considerazioni generali sulla moneta e la flessibilità del cambio.

 

Accantonate, speriamo, alcune illusioni sul passato, concluderemo, infine, con l’auspicio di proiettare il lettore verso un futuro ipotetico, tuttavia nuovo, ancora da realizzare.

 

1) Il comportamento contraddittorio del governo italiano nell’immediato dopo guerra (1945-1950).

E’ bene chiarire subito che la guerra ideologica contro l’inflazione è stata, fin dal principio, l’obiettivo che ogni governo italiano ha cercato di perseguire da quel momento in poi in tutti gli anni a venire. Bisogna inoltre respingere l’illusione che tale istanza fu materia specifica dei liberali in senso stretto, così come che questa ideologia sarebbe stata accolta dal PCI solo in un periodo successivoiii. Perché quello che ci preme di sottolineare è che l’ideologia neo-classica viene di certo importata dal mondo anglosassone ma, adesso come all’ora, non vi trovò in Italia resistenza alcuna da parte della classe dirigente. E difatti, non divenne mai monopolio ristretto di una fazione politica o dell’altra. La troviamo già completa, nel suo schema semplificato e tipico, nelle dichiarazioni, ad esempio, di Palmiro Togliatti, quando affermava che:

La linea generale del nostro partito nel campo economico può essere all’ingrosso definita ricordando alcuni punti fondamentali. Primo punto: siamo decisamente contrari a ogni politica e a ogni misura che, consapevolmente o inconsapevolmente, porti a una soluzione catastrofica della situazione italiana (…). Non vogliamo la banca rotta dello stato; (…). Di conseguenza, siamo contro una politica sistematica d’inflazione, anche se questa politica potrebbe corrispondere all’interesse egoistico di determinati gruppi economiciiv.

Non c’è da stupirsi, quindi, se le parole di Togliatti, nel 1946, sono identiche alle coordinate direttrici, altrettanto semplificate, che guidano l’attuale governance della BCE. Se davvero volessimo rintracciare una linea che, sul piano ideologico, abbia posto le basi della Seconda Repubblica, potremmo affermare se mai che la narrazione neo-classica divenne esclusiva ed istituzionalizzata anche in Italia nell’ambito accademico verso la fine degli anni ‘70v. Ciò fu dovuto alla grande mobilitazione di una nuova classe di intellettuali, quali il premio Nobel Franco Modigliani e il professore universitario Mario Monti i quali, per usare le parole di Gramsci, si preoccuparono di creare una vera e propria ‘egemonia’ per conto degli interessi di alcuni gruppi industriali e istituti finanziari già operanti all’epoca nel campo transnazionale. Se questi personaggi, inoltre, contribuivano ad epurare la materia didattica da scuole di pensiero concorrenti, ancora vivaci nei dibattiti di quegli anni, nel 1981, invece, il governatore della Banca d’Italia, Beniamino Andreatta, provvedeva a propagare gli effetti del neo liberismo con interventi che modificassero direttamente le istituzioni, attraverso ad esempio il divorzio tra Tesoro e banca centrale.

 

Dunque, nel 1947, l’all’ora ministro dell’economia, Luigi Einaudi, realizzò una poderosa stretta creditizia tesa a frenare le spinte inflazionistiche registrate dalla Banca d’Italia alla fine della guerra (1945-46). E pertanto la strategia di mantenere in alto il valore della lira, insieme a manovre di austerità che imponessero tagli alla spesa pubblica non nascono affatto nel 1992 con il Trattato di Maastricht, né tanto meno con l’avvento della moneta unica. Anche all’ora, come oggi, si trattava di un’operazione deliberata e dagli effetti deflattivi gravissimi che si fecero sentire immediatamente: nel giro di pochi mesi la produzione industriale perse ordinativi tra il 20-25%, specialmente nei settori chiave quali il tessile e il meccanico; molte imprese chiusero, e aumentò drasticamente la disoccupazionevi. Ci fu una caduta dei prezzi, ma anche una carenza di liquidità tale che «Alcune grandi imprese del nord trovarono difficoltà a pagare i salari ai dipendenti».

 

A questo punto, ecco che alla linea intransigente se ne affianca nel breve termine un’altra di natura opposta «di spesa compensativa di emergenza di vasta scala»vii. Il Tesoro stesso intervenne con misure di finanziamento diretto verso tutta la gamma dei vari settori produttivi, partendo da quelli strategici dell’industria pesante, fino a includere la fitta rete di piccole e medie imprese, l’artigianato, e venne inoltre rifinanziato l’IRI. Così che già tra la stabilizzazione monetaria del 1947, per passare al 1948, le disponibilità monetarie passarono da 528 a 958 miliardi di lire attraverso trasferimento di conti correnti verso depositi fiduciari e postali, così come l’aumento di emissione di titoli azionari e obbligazionariviii. A questo bisogna aggiungere il piano Marshall. Usando direttamente le parole di Graziani:

Alla luce di questi sviluppi, si è osservato che il governo italiano cadde nella singolare incongruenza di un Ministero dell’Industria che disfaceva quello che era stato fatto dal Ministero del Bilancio. E’ certo curioso constatare che la politica ‘ortodossa’ di Einaudi si tradusse in realtà in maggior intervento e controllo statale sulla vita economica italiana. (…) In gennaio, Einaudi rettificò il disavanzo del bilancio di previsione, portandolo dai 300 miliardi previsti ai 500-600 miliardi di lire, cioè a una cifre simile al disavanzo dell’anno finanziario 1946-1947ix.

Quindi, a chi fu dovuto questo gioco dell’oca che ritroviamo anche nel decennio successivo, durante il più esteso e più intenso miracolo economico?

 

L’accento posto sulle spese pubbliche e sulle spese per investimento stimolate dallo stato non deve però indurre a concludere che il rapido sviluppo economico sia stato frutto di un lungimirante disegno di governo. Si direbbe che sia quasi vero il contrario. La maggior parte degli esponenti governativi, specie quelli che portano importanti responsabilità di politica economica (per esempio, presso la Banca d’Italia o i ministeri finanziari) hanno certo considerato la rapida espansione della spesa pubblica come una minaccia al progresso economico. Tale espansione si verificò loro malgrado, a causa delle irresistibili pressioni politiche, volte a trovare soluzioni o palliativi a problemi specifici: inadeguatezza delle scuole, povertà nell’agricoltura, arretratezza del Sud, insufficienza delle abitazioni, inadeguatezza delle strade rispetto all’aumento fenomenale del traffico automobilistico, e così via. L’instabilità politica dell’intero periodo, caratterizzato da governi di coalizione sorretti da maggioranze ristrette, e una certa debolezza strutturale nel processo di formazione del bilancio dello Stato, hanno reso difficile il sostenere posizioni di rigorosa ‘economia’ e ‘austerità’, sebbene molte persone autorevoli fossero certamente convinte che questa fosse la sola direttrice sana di sviluppo (corsivo mio)x.

 

Dunque, si ebbe a che fare poco o niente con una presunta consapevolezza economica da parte del governo sulle potenzialità della spesa pubblica come propulsore di crescita. Si trattava piuttosto di una combinazione di fattori causali, esterni e interni disordinati, che vorremmo classificare così:

 

- una congiuntura internazionale favorevole costituita da finanziamenti statali come il Piano Marshall, e la minaccia della penetrazione ideologica nel blocco occidentale da parte dell’Unione Sovietica nelle fasce di popolazione che, da lì a poco, si andarono progressivamente proletarizzando. Quest’ultimo fenomeno avrebbe stimolato un atteggiamento compromissorio, sia da parte delle imprese, che della classe dirigente, nella cessione di diritti sul lavoro, e uno stanziamento ingente della spesa pubblica nella creazione di protezioni sociali come la sanità, l’istruzione pubblica, e il sistema pensionistico.

- le pressioni di governi provinciali e regionali che esigevano urgentemente dallo stato centrale finanziamenti di sorta per la ricostruzione di servizi e centri produttivi distrutti dalla guerra e, più semplicemente, per migliorare le condizioni di vita.

 


 

Note:

i Augusto Graziani, L’economia italiana 1945-1970, cit. pg. 163, Il Mulino, Bologna 1972.

ii Sulla questa interpretazione e l’uso politico che si fa del ‘passato’, vedi Tesi di filosofia della storia, in Walter Benjamin, Angelus Novus, Einaudi, Torino 1999.

iii «(…) Ma dicevamo dell’austerità. Fummo i soli a sottolineare la necessità di combattere gli sprechi, accrescere il risparmio, contenere i consumi privati superflui, rallentare la dinamica perversa della spesa pubblica, formare nuove risorse e nuove fonti di lavoro. Dicemmo che anche i lavoratori avrebbero dovuto contribuire per la loro parte a questo sforzo di raddrizzamento dell’economia, ma che l’insieme dei sacrifici doveva essere fatto applicando un principio di rigorosa equità e che avrebbe dovuto avere come obiettivo quello di dare l’avvio ad un diverso tipo di sviluppo e a diversi modi di vita (più parsimoniosi, ma anche più umani). Questo fu il nostro modo di porre il problema dell’austerità e della contemporanea lotta all’inflazione e alla recessione, cioè alla disoccupazione. Precisammo e sviluppammo queste posizioni al nostro XV Congresso del marzo 1979: non fummo ascoltati. Né il Pci, né il movimento sindacale trovarono l’interlocutore politico che raccogliesse e utilizzasse quel messaggio…» (corsivo mio). Questione morale: Intervista a Berlinguer, 1981http://www.comunisti-italiani.it/2015/07/30/questione-morale-lintervista-a-berlinguer-del-1981/, 30 luglio 2015.

AS I Please, https://miccolismauro.wordpress.com/2014/07/29/augusto-graziani-leconomista-che-il-pci-non-ascolto-negli-anni-70-e-fu-linizio-della-fine/, 29 luglio 2014.

iv A. Graziani, L’economia italiana 1945-1970, cit. pg. 111-112.

v Luciano Gallino, Finanzcapitalismo, Einaudi 2011, p.26.

vi A. Graziani, L’economia italiana 1945-1970, pg. 151

vii Ibid, cit. pg. 147.

viii Ibid, pg. 141.

ix Ibid, cit. pg. Cit. 148 e 149.

x Ibid, cit. pg. 163.