L’euro è stata una buona scelta? Un confronto con la sterlina

di Graziano Fresiello

Caratteristica dell’uomo moderno è quella di dimenticare velocemente le cose. Forse la rapidità con cui circolano le informazioni negli anni dei social e la mole di notizie che quotidianemente bombarda le nostre menti rendono questo problema ancora più marcato.

Quindi reputo sempre molto utile fare un riepilogo sui temi fondamentali che rischiano di dispendersi nel flusso quotidiano delle notizie alimentato un tempo da fiumi di inchiostro ed oggi da impulsi elettronici. Uno di questi temi è stato l’inizio della crisi finanziaria, argomento su cui sono state basate molte motivazioni riguardo all’assoluta correttezza della moneta unica europea.

All’inizio della crisi del 2008 vivevamo in un mondo intellettuale totalmente gestito dal “Pensiero Unico Eurista” e guai a metterne in discussione le fondamenta. L’euro era e doveva essere la migliore soluzione per ogni paese che si volesse considerare avanzato, moderno e civile. E per un certo tempo, a supporto di tale tesi, c’è stata una campagna mediatica denigratoria e ridicolizzante di qualsiasi teoria che mettesse in discussione tali considerazioni. Addirittura la grande Inghilterra, la principale meta di ogni italiano laureato che voglia avere una vita dignitosa e la spiaggia più ambita persino dalle masse clandestine che provengono dall’Africa, ha rischiato la gogna mediatica per aver mosso il grave affronto di non aver aderito al sistema di cambi fissi messo in atto dai geniali tecnocrati europei.

All’epoca dei misfatti l’Inghilterra ebbe la sfortuna (che alcuni, come gli inglesi stessi o i poveri economisti eterodossi, considerarono fortuna) di non appartenere all’Unione Economica e Monetaria. All’arrivo della tempesta gli “sprovveduti” servi di Sua Maestà Britannica avevano cominciato a ballare più degli altri. La sterlina si svalutò in un anno di oltre il 40% nei confronti dell’euro e del 45% nei confronti del dollaro. Parallelamente la spesa pubblica andò alle stelle passando da un deficit primario dello 1,3% del Pil nel 2007 al 3,4% nel 2008 e al 9,8% nel 20091 (anno culmine) per riscendere lentamente, anno dopo anno (in maniera perfettamente anticiclica).

UK Budget Defict/Surplus 2

grafico 1

Si disse che aver mantenuto la sterlina avrebbe comportato enormi problemi all’economia inglese e che ad una svalutazione tanto elevata avrebbe fatto necessariamente seguito una inflazione a due cifre, mentre l’euro forte avrebbe protetto le economie delle nazioni più deboli come la Grecia, il Portogallo, la Spagna e l’Italia.

I dati, a consuntivo, sono stati a dir poco spiritosi nei confronti di tali nefaste previsioni in quanto non solo non si sono verificate le fosche previsioni per l’Inghilterra, ma addirittura hanno decretato l’esatto contrario, ossia che le nazioni che dovevano sentirsi al riparo grazie all’euro hanno cominciato ad avere seri problemi di domanda che hanno causato una deflazione disastrosa.

Tasso di inflazione 3

Grafico 2

A riprova del fatto che non esiste una correlazione necessaria tra svalutazione ed aumento dell’inflazione, dal 2014 l’euro si è svalutato del 30% rispetto al dollaro e di circa il 25% rispetto alla sterlina ma l’inflazione non sembra proprio essere il problema della moneta europea.

Altro argomento forte in quei periodi di gioia per gli euristi più convinti era il tasso di interesse sui titoli di debito pubblici. Sicuramente gli investitori avrebbero abbandonato la piazza inglese vista l’incredibile svalutazione della sterlina e quindi i tassi di interesse sui titoli di stato britannici sarebbero arrivati alle stelle. Negli anni dal 2008 al 2013, la spesa per interessi dell’Inghilterra (vedi tabella seguente) è stata sempre pari ad oltre la metà di quella italiana, di contro i tassi a due cifre si sono avuti solo sui titoli di stato ellenici.

Spesa per interessi in percentuale del Pil dall’anno 2007 all’anno 2013 4

tabella 1

Certo va considerato anche la grandezza del debito pubblico inglese ed italiano, ma nonostante nel 2007 il debito italiano fosse circa doppio rispetto a quello della Gran Bretagna, cosa che poteva in parte giustificare la spesa per interessi più elevata, negli anni il debito pubblico inglese ha visto una impennata tale da raggiungere quasi il debito pubblico italiano (vedi grafico successivo) senza tuttavia che questo abbia avuto un riflesso significativo sui tassi di interesse.

Debito Pubblico, Italia – Inghilterra, dal 2006 al 20135

grafico 3

Stesso discorso per il tasso di disoccupazione inglese che, nonostante sia aumentato all’inizio della crisi, è si è arrestato a livelli più che sostenibili ed ha invertito la tendenza (come osservabile nel grafico successivo). L’Italia invece ha visto una crescita costante del numero di disoccupati e nell’anno 2011, inizio delle politiche di austerità, ha conosciuto una impennata vertiginosa.

Tasso di disoccupazione, percentuale della forza lavoro totale, dall’anno 2006 all’anno 20136

grafico 4

Eppure guardate cosa riportavano alcuni quotidiani o mensili di diversi riferimenti politici negli anni in questione:

Per la sterlina e in generale l’economia inglese un primo importante contraccolpo negativo è stato l’apparire sui mercati monetari mondiale della nuova moneta europea, l’euro, che di fatto ha reso la vecchia sterlina una moneta con una base economica troppo ristretta per sostenere con qualche probabilità di vittoria la lotta per il dominio dei mercati valutari. L’euro ha dato un'ulteriore spallata al traballante potere della sterlina sui mercati valutari del vecchio continente, ponendo nel medio e lungo periodo la borghesia britannica di fronte alla scelta di entrare o meno nell’Unione Monetaria Europea oppure continuare a vivere all’ombra del potere del dollaro ancora per qualche tempo. La crisi che sta imperversando globalmente sul capitalismo internazionale ha accelerato questo processo e non è proprio un caso che proprio con il primo manifestarsi della crisi la sterlina sia clamorosamente colata a picco, svalutandosi in pochi mesi rispetto all’euro di oltre il trenta percento. Per comprendere le conseguenze di tale svalutazione si consideri che a causa di tale svalutazione il reddito pro capite inglese è diminuito del 35% nel corso del 2008, tanto che gli italiani sono diventati, grazie alle disgrazie altrui, più ricchi degli inglesi in termini di reddito pro capite. È in momenti di crisi come l’attuale che s’inasprisce la concorrenza imperialistica per la spartizione della rendita finanziaria. Per la borghesia britannica è ormai tempo di fare delle scelte di campo ben precise: aderire all’euro o andare avanti con la propria autonomia monetaria, legando ancor di più la sterlina al dollaro. A prescindere dalla decisione finale della borghesia inglese a pagare le maggiori conseguenze di tale scelta sarà come sempre il proletariato, che sarà costretto a subire un ulteriore e pesantissimo attacco alle già precarie condizioni di vita e di lavoro.

Battaglia Comunista, 15/02/2009. Mensile del Partito Comunista Internazionalista, fondato nel 1945.

(http://www.leftcom.org/it/articles/2009-02-15/il-crollo-della-sterlina-il-fronte-inglese-della-crisi-economica)

Per anni, gli inglesi hanno pensato che la scelta di entrare o meno nella moneta unica dipendesse unicamente dalla loro volontà e di loro interessi. Blair e Brown avevano addirittura fissato una serie di criteri per valutare quando l’Europa sarebbe stata <degna> di accogliere la sterlina. Ora scoprono, non senza sorpresa, che è la sterlina a non avere le carte in regola per entrare nell’euro. Chissà se questo darà loro occasione per riflettere?

Andrea Bonanni, 03/02/2009. Repubblica.it

(http://bonanni.blogautore.repubblica.it/2009/02/03/perche-londra-non-puo-entrare-nelleuro/?refresh_ce)

 «I mercati finanziari sono sempre più interconnessi ma le ripercussioni in Europa riguarderanno soprattutto quegli istituti e quelle società pù esposte con Lehman Brothers. Non si può parlare di un rischio generico per l'Europa. L'impressione - spiega l'esperto di politica economica ed editorialista del Sole 24 Ore - è che al di qua dell'Atlantico l'Inghilterra sia la più vicina all'occhio del ciclone. L'Italia lo è molto meno». E le operazioni che il Tesoro italiano ha effettuato sui mercati con l'aiuto di Lehman? «Mi stupirei se l'Italia si trovasse in difficoltà serie».

Alberto Alesina intervistato da Giuseppe Chiellino, 16/09/2008. Il sole 24 Ore

(http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Finanza%20e%20Mercati/2008/09/crisi-lehman-alesina-1929.shtml)

Oggi tutti sappiamo com’è andata: l’Inghilterra è appunto l’economia più in forma nel continente europeo, non ha sofferto per le speculazioni sui titoli di stato (perché ha una banca centrale sovrana e non ha problemi di rifinanziamento del debito), ha contenuto l’aumento della disoccupazione rispetto alle nazioni periferiche, non ha visto un significativo incremento dell’inflazione, ha recuperato già la svalutazione sull’euro del 2008 ed è diventata ambitissima meta per i giovani di tutta europa grazie ai redditi elevati, e questo fenomeno è a tal punto rilevante che la battaglia politica per le recenti elezioni è stata combattuta soprattutto sulle opportunità di limitare l’immigrazione.

La crescita più sostenuta del previsto ha contribuito - ma non è l'unica ragione di una dinamica che divide gli economisti, incerti sulle cause profonde del fenomeno - a ridurre il tasso di disoccupazione oltre ogni aspettativa. Si calcola che dopo la caduta al 7,3% di novembre, l'asticella sull'andamento del lavoro nel Regno di Elisabetta sia ormai arrivata a ridosso del 7%, target che la Banca d'Inghilterra s'era posta per correggere i tassi d'interesse al rialzo. Un obbiettivo che, se si confermerà davvero essere alle viste, arriva con un anno e mezzo d'anticipo sulla tabella di marcia che la banca centrale s'era data.

Leonardo Maisano, 22/01/2014. Il Sole 24 Ore

(http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-01-22/e-gran-bretagna-campione-crescita-economica-europea-064313.shtml?uuid=AB9LoLr)

In pratica oggi l’Inghilterra addirittura si interroga sulla necessità di stabilire quando cominciare a rialzare i tassi d’interesse, poiché essa ha gestito il periodo iniziale della crisi meglio delle nazioni dell’area euro. Ed ha potuto fare ciò grazie alla libertà di cui godeva la propria banca centrale e grazie alla più flessibile politica fiscale. Sebbene anche l’Inghilterra debba sottostare ad alcuni vincoli di bilancio imposti dall’UE, essa ha potuto sforarli di circa tre volte la grandezza consentita per le altre nazioni quando la necessità si è presentata. Ad onor del vero un pò tutte la nazioni periferiche hanno sforato il limite del 3% del rapporto deficit/pil ad eccezione della sola Italia, che una volta tanto è stata esemplare nel rispettare il parametro stabilito in maniera assolutamente arbitraria e priva di fondamento scientifico.

I risultati di crescita del Pil reale sono stati i seguenti (includendo la Germania per confronto):

Crescita del Prodotto Interno Lordo reale7

grafico 5

La tabella seguente riporta un confronto tra il deficit primario e il deficit generale dell’Italia e dell’inghilterra. Ricordando che il deficit primario è la differenza tra entrate ed uscite del bilancio dello stato al netto degli interessi, possiamo addirittura notare come sostanzialmente il deficit primario dell’Italia sia stato costantemente in attivo, il che conferma che in Italia è in atto una raccolta netta di moneta attraverso la tassazione dal settore privato che va a finanziare il pagamento degli elevati interessi sul debito. Il peso molto più elevato degli interessi sul bilancio italiano sono dovuti alla forte speculazione finanziaria causata dalla cattiva architettuta della non-moneta euro, che è più vicino ad un accordo di cambi fissi che ad una moneta sovrana vera e propria. Difatti, le recenti operazioni di mercato aperto della BCE hanno limitato in parte questo fenomeno facendo ridurre i tassi sui titoli italiani nel periodo successivo al 2013.

General Government Primary and Overall Balance8

tabella 2

Quali conclusioni possiamo trarre alla luce di quanto analizzato, considerando anche i più recenti avvenimenti nella crisi greca che riflettono la più generale crisi dell’euro?

La prima è che non è vero necessariamente che la svalutazione comporti elevata inflazione, e nello specifico per elevata inflazione si intende un dato che va dai 10 punti percentuali a salire per diversi anni consecutivi.

La seconda è che sembra proprio confermata, ancora una volta, la bontà delle politiche anticicliche e sembra che finalmente anche le più importanti organizzazioni di studi macroeconomici come il Fondo Monetario Internazionale stiano rivedendo quanto affermato fino a qualche tempo fa.

La terza è conclusione riguarda la politica economica della BCE: non è assolutamente confermata la correlazione tra politica monetaria ed inflazione e tantomeno tra quantitative easing e prestiti ai privati. Il fenomeno dei prestiti alle imprese è invece molto più direttamente correlato alle previsioni dell’andamento dell’economia e agli stringenti parametri patrimoniali di Basilea II.

La quarta conclusione è che è assolutamente confermata la correlazione negativa tra le politiche di austerità e la domanda interna, e sua volta la correlazione positiva tra diminuzione della domanda interna e riduzione della crescita economica. A tal riguardo si vedano i più recenti studi del FMI, che peraltro sconfessano quanto dallo stesso affermato e sostenuto durante i primi anni della crisi.9 Nelle conclusioni di questo documento gli studiosi del FMI in particolare affermano due importanti principi destinati a cambiare definitivamente il punto di vista dei governi sul proprio debito:

“Somewhat lost in this debate is the possibility of simply living with (relatively) high debt, and allowing debt ratios to decline organically through output growth.”

e:

“When fiscal space is ample - which can never be established through some mechanical procedure - there is a case for simply living with the debt, paying it down only “opportunistically” when non-distortionary sources of revenue are available and letting the debt ratio decline through growth. The deadweight loss associated with inherited public debt represents a sunk cost - so, abstracting from rollover risk, there is little purpose in paying it down by raising taxes or cutting otherwise-productive government expenditure. Living with the debt in such circumstances represents the best cost-benefit tradeoff.”

La quinta conclusione può riguardare un principio fondamentale, peraltro già noto da tempo agli economisti della scuola MMT, fissato in un documento pubblicato proprio dalla Banca Centrale inglese in cui si afferma che:

Lending creates deposits […] and in the modern economy, those bank deposits are mostly created by commercial banks themselves. 10

Questo conferma che il QE non trasferirà nessun beneficio all’economia reale. Inoltre aiuta a spiegare che esso è il frutto del tentativo della BCE di evitare problemi al settore bancario e di calmierare il problema dei tassi di interesse sui titoli di debito pubblici dei vari stati.

Sesta ed ultima conclusione è che il muro “euro”, che doveva difendere la nostra economia dalla tempesta finanziaria, in pratica si è rivelato un imbuto in cui la tempesta ha accelerato la propria velocità spazzando via anni di conquiste sociali. La teoria secondo cui le necessarie “riforme” non ben definite avrebbero rappresentato la panacea di tutti i mali della crisi è servita solo a giustificare la cancellazione dei diritti sociali come la riduzione della spesa sanitaria o il livellamento al ribasso nel mondo del lavoro attraverso la precarizzazione dei diritti con la cosiddetta legge “Job Act”. La Grecia è finita nella polvere, la Spagna ha un tasso di disoccupazione che viaggia al 25%, l’Italia ha visto una recessione incredibile e una riduzione dei consumi che è tornata a quella degli anni ’80 ed un aumento della povertà vertiginosa (l’Istat afferma che il 9% dei minori nasce e vive in un contesto di assolutà povertà). E quelle nazioni derise dall’intellighenzia italiana ed europea nel 2008 come l’Inghilterra, invece, hanno retto egregiamente l’urto della crisi e sembrano oggi godere di tutt’altra salute economica.

Credo che il terrore dei poteri forti europei oggi sia proprio che la Grecia, uscendo dal sistema monetario dell’euro, dimostri che c’è vita e speranza oltre l’euro, e che nazioni come la Croazia, l’Ungheria, la Repubblica Ceca, la Gran Bretagna, la Danimarca o la Svezia costituiscano l’esempio che un mercato unico sia possibile anche senza una moneta unica.

Probabilmente i tecnocrati faranno di tutto per salvare l’euro per non rivelare l’inganno ma stanno mentendo a se stessi perché sono già in molti ad aver cominciato a capire.


 

Note:

1IMF, World Economic and Financial Surveys - Fiscal Monitor October 2013

2Fonte: Office for National Statistic/Office for Budget Responsability

3Tasso di inflazione inglese 2,30% nel 2007 (1,83% in Italia), 3,60% nel 2008 (3,35% in Italia), 2,20% nel 2009 (0,77% in Italia), 3,30% nel 2010 (1,53% in Italia), 4,50% nel 2011 (2,78% in Italia), 2,80% nel 2012 (3,04% in Italia), 2,60% nel 2013 (1,22% in Italia) e 1,50% nel 2014 (0,24% in Italia). Fonte: mia elaborazione su OECD data.

4Fonte: mia elaborazione su OECD data.

5Fonte: mia elaborazione su OECD data.

6Fonte: mia elaborazione su OECD data.

7Fonte: mia elaborazione su OECD data.

8Fonte: mia elaborazione su dati IMF.

9J. D. Ostry, A. R. Ghosh, R. Espinoza, IMF Staff Discussion Note When Should A Public Debt Reduced?, June 2015

10M. McLeay, A. Radia, R. Thomas, Money Creation in the Modern Economy, Q1 2014, Bank of England