Prospettive concorrenti in economia come scienza sociale: un testo elementare

Non è stato mai possibile immaginare l’economia, come ogni altra disciplina delle scienze sociali, al di fuori di un certo sistema dei valori. Gli scienziati sociali si sono sempre appoggiati, e continueranno ad appoggiarsi, su una serie di posizioni elaborate, di percezioni e di convinzioni, su cosa sia la natura basilare della realtà; in sostanza, mentre analizziamo diversi fenomeni sociali, ci rivolgiamo alle nozioni pre-elaborate su come funziona il mondo e come dovrebbe funzionare quando si analizza la manifestazione di fenomeni. Aspetti di questa coscienza precedono la nostra indagine, e perciò non possiamo separare una mente istruita dall’oggetto dell’analisi. Quello che costituisce un fatto sottintende un’osservazione e una concezione di essere definito come socialmente importante; la mente si attiva nel determinare e costruire una lente attraverso cui l’osservazione interpreta i fenomeni sociali e stabilisce quali di loro siano degni di essere considerato un fatto.

Tutti i tentativi di mettere su una teoria si appoggiano sui concetti di prima importanza (Lawson, 1989). Così, per esempio, le appercezioni generali e le convinzioni ideologiche dell’interazione fra l’individuo e la società accomunano tutte le teorie del comportamento umano. Si tratta delle basi epistemologiche – quelle che Joseph Schumpeter aveva etichettato come "visioni pre-analitiche” - che guidano e stabiliscono i modi dell’analisi e della ricerca. Quindi, partendo da diverse visioni pre-analitiche, ci focalizziamo sui diversi problemi sociali ed economici e, conseguentemente, elaboriamo atteggiamenti differenti verso i contesti sociali e verso le azioni umane all'interno di essi (Hunt, 1983). Le visioni pre-analitiche hanno un effetto rilevante sulla valutazione e sullo studio delle norme nel sistema sociale.

Nella teoria economica esistono due visioni pre-analitiche con le diverse implicazioni etiche, associate con la teoria neoclassica del valore e con la teoria del lavoro. Entrambe le prospettive cercano di comprendere come i prodotti acquisiscano il loro valore e dove tale valore venga definito ed espresso nella società.

La visione pre-analitica neoclassica si riassume in una figura dell’individuo che cerca la massima utilità (in relazione ai costi e alla razionalità). Questa prospettiva vede il carattere delle preferenze individuali (considerando i costi) come primario e scontato; in altre parole, senza metterlo in relazione con i processi intermediari, con le istituzioni sociali o con gli ambiti all’interno dei quali si formano simpatie e antipatie (Hunt, 1983). Il contesto in cui si compiono le azioni individuali non è altro che un’infinita serie di probabili combinazioni dei costi fra cui si sceglie per raggiungere la massima possibile ottimizzazione.

La distinzione per categoria, come quella di classe, sesso, e razza, viene sistematicamente ignorata, spostando invece l’attenzione sul presupposto (piuttosto fittizio) che la società consista di isolati partecipanti - consumatori/produttori - i quali, ciascuno, in base al proprio potenziale conferitogli dalla Malhusiana lotteria della vita, cerca di massimizzare il piacere. La necessità umana di socializzare appare e viene interpretata solamente come necessità di avere altri partner con cui scambiare merci. In questo senso, tutta la teoria economica si riduce ad una teoria dello scambio.

La teoria neoclassica determina il valore di un prodotto in base alla sua utilità. Se il prodotto offre una maggiore utilità, il suo valore conseguentemente sarà maggiore. L’utilitarismo è infatti fondamentale per questa teoria, la quale percepisce il valore del prodotto come il suo valore intrinseco nonostante il fatto che l’utilità e il piacere siano variabili soggettive, diverse per ogni individuo. La teoria sostiene che se una certa quantità del prodotto A viene scambiata con una certa quantità del prodotto B, il rapporto per cui la condizione di scambio avverrebbe, viene determinato dall’utilità marginale (MU), la quale si ottiene consumando le ultime unità dei prodotti A e B. Il punto cruciale è che il valore viene definito tramite l’istituzione del mercato in quanto piattaforma degli scambi fra individui isolati. Quindi, il mercato che funziona bene dimostra come il valore di un prodotto rifletta il suo vero valore, perché gli scambi nel libero mercato sono visti come avvenimenti auto-sufficienti in se stessi.

Questa ideazione dell’utilitarismo non si interessa della provenienza sociale dei desideri. Qui regna sovrana la massima di Bentham secondo cui due padroni assoluti– il piacere e il dolore – mettono l’umanità sotto il proprio totale controllo. La domanda se i desideri siano formati esclusivamente da un qualche stimolo metafisico non viene esaminata. Gli esseri umani sono considerati meramente dei calcolatori sofisticati che massimizzino l’utilità e il piacere per se stessi a prescindere. Perciò, rimane implicito che ogni sforzo lavorativo da parte delle persone non verrà mai intrapreso se non dopo una promessa di un maggiore piacere o di un minore dolore (Hunt, 2001: 132). E non serve a niente distinguere i vari contesti sociali e culturali.

In questo senso, la teoria neoclassica si poggia sulla figura del Robinson Crusoe, quale caratteristica universale e immutabile di tutti gli esseri umani in tutte le società. L’obbiettivo è quello di mostrare come l’economia capitalistica, basata sulla competizione, crei automaticamente un’abbondante quantità di situazioni in cui è impossibile far arricchire l’uno senza necessariamente far impoverire l’altro; e dove una specifica organizzazione di produzione, di scambio e di distribuzione, porti al massimo raggiungibile benessere sociale.

Pare che il conflitto sia atipico in questi contesti; ma le situazioni in cui un miglioramento del benessere di un soggetto non è contrastato da altri soggetti, antagonistici per legge naturale, sono rare all’interno di questa visione. Dal momento che tutta l’analisi e’ incentrata sulla razionalità individuale invece che sulla razionalità di un gruppo, o delle unità sociali, come possiamo individuare quei cambiamenti che migliorino le condizioni di alcuni senza peggiorare la vita degli altri? Questa visione preclude una scientifica valutazione del grado fino a cui i desideri esistenti riflettano i bisogni universali dell’uomo e come particolari istituzioni sociali aumentino la possibilità di soddisfare tali bisogni (Hunt, 2005).

Inoltre, l’aspetto più essenziale e rilevante del capitalismo – il concetto della proprietà privata – è visto come universale e intrinsecamente equo (Hunt, 2005). Esso assolve il capitalismo dallo sfruttamento di cui si serve per produrre e fare profitti. Il reddito totale della società viene distribuito semplicemente tramite una sorta di “legge naturale”. Quindi, se i lavoratori hanno appropriate caratteristiche morali, sono responsabili, autodisciplinati e assidui nel lavoro, possono facilmente diventare imprenditori e accumulare capitali.

L’economia eterodossa, invece, esamina il benessere nella società attraverso una lente che rileva e accentua le interconnessioni. All’interno di questa visione pre-analitica, è opportuno parlare dei sistemi di comportamenti umani e analizzare i modi di produzione che regolano l’interazione fra i soggetti nei vari periodi storici nel processo di estrazione dalla natura dei mezzi per la sopravvivenza umana.

Partendo da un quadro analitico che invoca il riconoscimento di specifiche modalità di produzione, abbiamo la capacità di chiarire i processi sottostanti che spiegano come i prodotti del lavoro siano distribuiti, e come il lavoro in generale venga assegnato a processi tecnici specifici. Da questo punto di vista, possiamo visionare storicamente come modi specifici del potere politico abbiano offerto mezzi che descrivono le apparenti caratteristiche dei processi sociali di decisione, l'ordinamento dei diritti, i privilegi e le responsabilità.

In contrasto con l'utilitarismo dell'economia neoclassica, l'economia eterodossa intende gli esseri umani distintamente come produttori, e si concentra sul fatto che il punto di partenza di ogni teoria è il riconoscimento che in tutte le società il processo di produzione può essere ridotto ad una serie di sforzi umani. Si è accertato che gli esseri umani, a differenza degli animali, in genere non possono sopravvivere senza esercitare lo sforzo di trasformare gli ambienti naturali in spazi di vita più adeguati. Dove l'utilitarismo vede gli esseri umani in termini individualistici (per cui non c'è differenza tra lo scambio con la natura e lo scambio con gli altri esseri umani) l'economia eterodossa vede invece gli esseri umani come esseri sociali cooperativi e dipendenti l'uno dall'altro per la sopravvivenza umana reciproca.

Poiché il capitalismo dirige la produzione esclusivamente a favore dell'istituzione impersonale del mercato, il lavoro interdipendente è indirettamente sociale. Per illustrare questo, Karl Marx ha osservò:

Sotto il sistema patriarcale e rurale di produzione, quando filatore e tessitore vivevano sotto lo stesso tetto, le donne di famiglia filavano e gli uomini tessevano, mettiamo, per rispondere a delle esigenze familiari; filati e biancheria erano beni sociali, così come filatura e tessitura erano lavori sociali che rimanevano tuttavia sotto l'ambito familiare. Quindi, il carattere sociale del loro lavoro non appariva in una forma di filatura che fosse di carattere universale, scambiata per la biancheria come equivalente universale, vale a dire, di due prodotti che si scambiano l'uno con l'altro come espressioni equivalenti ed ugualmente valide dello stesso tempo universale di lavoro impiegato [come sarebbe il caso sotto il capitalismo]. Al contrario, il prodotto del lavoro portava l'impronta sociale specifica del rapporto di parentela con la sua divisione del lavoro naturalmente evoluta. O prendiamo i servizi ed i contributi in natura del Medioevo. E 'stato il lavoro distinto dell'individuo nella sua forma originale, le caratteristiche particolari del suo lavoro e non il suo aspetto universale che ha formato i legami sociali in quel momento. O infine prendiamo il lavoro comunitario nella sua forma evoluta spontaneamente come la troviamo in tutte le nazioni civili all'alba della loro storia. In questo caso il carattere sociale del lavoro non risente evidentemente del lavoro dei singoli assumendo la forma astratta del lavoro universale ... Il sistema comune su cui si basa questo modo di produzione impedisce il lavoro di un individuo di diventare lavoro privato, e il suo prodotto il prodotto privato di un individuo; ciò provoca che il lavoro individuale appaia piuttosto come la funzione diretta di un membro dell'organizzazione sociale (citato in Hunt, 1991).

In aggiunta,

Come regola generale, articoli di utilità diventano merci solo perché sono prodotti dal lavoro di individui o gruppi di individui che esercitano la loro attività in modo indipendente l'uno dall'altro [nel capitalismo]. La somma totale di tutto il lavoro di questi individui privati costituisce il lavoro complessivo della società. Dal momento che i produttori non vengano a contatto sociale con l'altro fino a quando si scambiano i loro prodotti, il carattere sociale specifico del lavoro di ciascun produttore non si mostra, tranne che nell'atto di scambio. In altre parole, la manodopera dell'individuo si conferma come parte del lavoro della società, solo attraverso le relazioni che l'atto di scambio stabilisce direttamente tra i prodotti, e indirettamente, attraverso di loro, tra i produttori. Per questi ultimi, quindi, i rapporti che collegano il lavoro di un individuo con quella del resto appaiono, non come rapporti diretti sociali tra gli individui sul lavoro, ma come rapporti... sociali tra le cose (citati in Hunt, 1991).

L'economia eterodossa espone la vera natura dell'organizzazione sociale nel capitalismo che porta straordinariamente effetti perniciosi per i lavoratori. Il mercato capitalista impedisce sistematicamente a molti di sviluppare desideri reali consapevoli che riflettono potenzialità di auto-realizzazione e auto-stima, cioè diventare "emotivamente, intellettualmente, esteticamente esseri umanisviluppati" (Hunt, 2002: 242). I sensi umani sono modellati e raffinati attraverso il lavoro e la trasformazione della natura in cose utili. E 'attraverso le proprie relazioni con ciò che si produce che un individuo raggiunge piacere e soddisfazione. Attraverso la produzione sociale interdipendente diretta visibile, i riconoscimenti di una abilità, le capacità, e il talento, sono palpabili. Sotto il capitalismo, tuttavia, lo scenario è ben diverso:

La borghesia, ovunque ha preso il sopravvento, ha posto fine a tutti i [...] rapporti idilliaci. Ha lacerato spietatamente il legame l'eterogeneo [...], e ha lasciato sussistere altri legami tra l'uomo e l'uomo che consistono solo nel nudo interesse di pagamento in contanti. Ha annegato le estasi più celesti di fervore religioso, dell'entusiasmo cavalleresco, di sentimentalismi filosofici, nell'acqua gelida del calcolo egoistico. Ha risolto la dignità personale in un valore di scambio (cit Hunt, 2002: 242).

Questa organizzazione sociale della produzione non è orientata ai bisogni umani e le aspirazioni, ma piuttosto dai calcoli del profitto estimato da estorsori giuridicamente protetti (capitalisti, o la borghesia). Gli effetti sono totali e la degradazione e la totale disumanizzazione delle persone appartenenti alla classe operaia in cui sono ridotti a nulla se non al rango di bruti disconnessi impegnati in semplici funzioni animali, senza sviluppare liberamente le proprie capacità fisiche e mentali. Il capitalismo, in quanto tale, è l'accumulo di ricchezza ad un polo, e accumulazione di miseria, strazio per la fatica, schiavitù, ignoranza, brutalità, e degrado mentale al polo opposto (Hunt, 2002: 244).

L'analisi economica eterodossa rende evidente se la società soddisfa i bisogni umani fondamentali e se possano essere tradotti in desideri consci a favore degli stadi più alti dello sviluppo umano. Con un approccio materialista allo studio tale scienza mostra come gli esseri umani si pongono in relazione tra loro e si organizzano per produrre ciò che è necessario per la sopravvivenza così che si possa giustamente affermare se determinati sistemi di comportamento umano, di fatto, generino le condizioni per l'armonia sociale.

Col senno di poi, è quasi (se non del tutto) impossibile formulare politiche economiche e sociali egualitarie sulla base di un'ontologia ed di un'epistemologia neoclassica. Prospettive che considerano solo lo scambio di mercato, con un senso riduzionista del desiderio umano, ignorando sistematicamente la natura sociale della produzione; in ultima istanza, che effettivamente negano la chiara comprensione della totalità della disuguaglianza socioeconomica (Campbell, 2010).


Fonte: http://www.hamptoninstitution.org/competing-visions-in-economics.html#.VMzp8XJ5O4l

Traduzione: Area traduzioni - CSEPI