Il programma permanente di creazione di lavoro all’occorrenza (on-the-spot): la scomparsa dei piani keynesiani per il pieno impiego e la trasformazione economica

Pavlina R. Tcherneva

Franklin and Marshall College, Economics, PO Box

3000, Lancaster, 17604, USA

Estratto

Il presente documento respinge la visione convenzionale secondo cui Keynes sarebbe giunto all’approccio della domanda aggregata in favore della piena occupazione. Invece, propone che egli avrebbe sostenuto una domanda di lavoro molto specifica, avendo come obiettivo un approccio per cui il lavoro doveva aumentare sia durante i periodi di recessione che nei momenti espansivi dell'economia. le politiche moderne che mirano a ''colmare il divario di domanda aggregata'', tra i risultati attuali e quelli potenziali, non sono coerenti infatti con lo studio di Keynes né sul piano teorico né su quello metodologico. Prove rilevanti che suggeriscono un programma permanente di creazione di lavoro per via diretta, o (con parole sue) ''all’occorrenza" (on-the-spot), riguardano il piano keynesiano di pieno impiego e di una trasformazione economica che manca. La crisi attuale introduce l'economista-sociologo con l’opportunità unica di impostare la politica fiscale direttamente lungo le linee di pensiero originali keynesiane.

(Il documento suggerisce quale specifica forma politica come tale potrebbe intraprendere. Parole chiave: politica fiscale keynesiana; analisi di un risultato vuoto; gestione della domanda aggregata; creazione di posti di lavoro diretti; piena occupazione)

1. Introduzione: riorientare la politica fiscale

John Maynard Keynes scrisse una volta a T.S. Eliot che il problema della creazione di politiche per la piena occupazione consiste nel fatto che gli economisti non avevano, né la convinzione intellettuale di una loro riuscita, né le capacità di progettarli (Keynes 1980: 384). Ma le buone intenzioni non sono mai state un problema. Due anni dopo la finanziaria di Meltdown del 2008, e i migliaia di miliardi di dollari di stimolo investiti più tardi, il tasso di disoccupazione è rimasto ostinatamente alto, a dimostrazione che abbiamo più bisogno ora di queste convinzioni intellettuali piuttosto che nel periodo del dopo guerra.

Questo articolo attribuisce i risultati deludenti del dato occupazionale in gran parte ad un fraintendimento fondamentale proprio derivante dall’approccio di studio alle politiche fiscali keynesiane attraversano il suo spettro teorico, il quale, a sua volta, avrebbe dovuto informare le politiche del mondo reale. In particolare, si sostiene che la politica fiscale keynesiana è stata mal interpretata come un approccio della domanda aggregata di varie spese correnti, private o pubbliche, per garantire un tasso di crescita obiettivo, il quale, a sua volta, avrebbe fatto raggiungere il livello desiderato dell’occupazione. Al contrario, questo documento spiega come Keynes avesse in mente un approccio della domanda molto specifico, che mirava a chiudere, non il divario di domanda rispetto al rendimento finale, ma la mancanza della domanda di lavoro (in generale). L'articolo espone le principali ragioni teoriche e metodologiche sulla base di una distinzione tutt'altro che banale, la quale ha ricevuto, nella letteratura economica, davvero una scarsa considerazione.

In che cosa consisteva, dunque, l'intelligenza del piano di Keynes destinato alla piena occupazione?

Quando James Meade lo spinse a sviluppare i dettagli di un tale programma nel dopoguerra, Keynes se ne uscì con questa frase famosa: ''un progetto ulteriore di Keynes potrebbe essere di troppo'' (Skidelsky 2001: 270i). E mentre noi non abbiamo neanche una sola dichiarazione sulla sostanza di questo programma, una lettura dei suoi scritti politici, in particolare durante il periodo tra le due guerre, rivela invece la presenza di un progetto del genere. Nello specifico, Keynes aveva promosso una politica di domanda di manodopera sotto forma di creazione diretta di lavoro a favore dei disoccupati, che si sarebbe applicata indipendentemente dalla fase del ciclo economico. Mentre è noto di come spesso abbia parlato di opere pubbliche, che erroneamente sono state identificate con il nome di ''soluzioni keynesiane contro la depressione economica'' (così in Krugman, 1999). Certamente, esistono importanti ragioni teoriche per cui le opere pubbliche sarebbero necessarie anche quando l'economia funziona e si avvicina alla sua capacità di massima espansione. Un attento riesame del ruolo delle opere pubbliche suggerisce infatti che una politica fiscale di creazione permanente di posti di lavoro diretta o, come afferma Keynes, all’occorrenza (on-the-spot), come lavoro aperto a tutti coloro che sono pronti, disponibili, e in grado di lavorare come individui, è il Piano di Keynes che è andato perduto.

Pertanto, il saggio procede come segue. La sezione successiva (2) rivisita come la teoria rivoluzionaria di Keynes della domanda effettiva differisce dalla teoria contemporanea della domanda aggregata, e spiega perché fissare il punto di domanda effettiva alla piena occupazione non è possibile. La terza sezione (3) esamina come una politica di opere pubbliche aggiri questo problema in tutte le fasi del ciclo economico, e presenta le tre principali ragioni teoriche per le quali sono superiori alle politiche di gestione della domanda aggregata sia nel breve che nel lungo periodo.

La quarta sezione (4) aggiunge il supporto metodologico a questo argomento. Si valuta il metodo keynesiano di ''colmare il (gap) divario'', che è nettamente diverso dalla moderna analisi del divario finale. La preoccupazione di Keynes con la chiusura del divario della domanda di lavoro emerge con evidenza in rapporto alla piena occupazione in termini di unità di lavoro. Egli aveva obiezioni teoriche significative verso i calcoli della produzione potenziale in termini di prezzi reali o correnti, che ha chiamato ''Impostore[i] ''(Keynes 1980: 72). A causa della natura fondamentalmente errata di questi calcoli, tutti i lavori teorici (tradizionali o meno) che tentano di colmare il divario tra la produzione attuale e quella potenziale oggi è in contrasto con il suo metodo. Gli esperti hanno prestato poca attenzione su questo punto metodologico, che rafforza il caso di una politica permanente di lavoratori emarginati. Infine, la quinta sezione (5) individua il moderno contributo teorico e le applicazioni politiche che sono nello spirito degli scritti politici di Keynes, e suggerisce direzioni future di ricerca per gli economisti delle scienze sociali. Partendo da questo lavoro, si può fare molto per impostare direttamente la politica fiscale e formulare proposte keynesiane genuine a favore della piena occupazione e della stabilità economica.

Prima di presentare l'argomento, è importante riflettere sul perché ad oggi è così importante riesaminare il lavoro di Keynes. Innanzitutto, secondo Keynes, il principale scopo della politica economica è quello di risolvere il ''vero problema, fondamentale, eppure essenzialmente semplice ... [ovvero] come dare la possibilità di lavoro a tutti'' (Keynes 1980: 267) - un obiettivo che in larga misura non viene abbandonato nel suo spettro teorico. Egli trovò da subito particolarmente sgradevoli le prime nozioni sul tasso naturale della disoccupazione (ora un marchio di garanzia dei modelli tradizionali fondati sulla categoria di domanda aggregata) (Keynes 1972: 90-92). Purtroppo, anche al di fuori del mainstream, ci sono molti economisti che non considerano l'obiettivo di piena occupazione possibile nella pratica e, tacitamente, finiscono per accettare un certo livello di disoccupazione ''naturale'' (vedi Goldberg, 2007ii). Questo è in parte dovuto al fondamentale malinteso che trova nella politica keynesiana della domanda aggregata la soluzione alla disoccupazione, la quale però, come questo documento dimostrerà, non sembra affatto adeguata per assicurare una genuina piena occupazione. Infatti, continuando per questa via, l’attuale rinascita dell’interesse keynesiano rischia probabilmente di tramontare presto, se gli economisti e i responsabili politici continueranno a basarsi sulle ormai abituali e acclamate politiche di accondiscendenza (nei confronti del mercato) che suggeriscono di adottare i sussidi di disoccupazione. Dimostrare che la soluzione politica di Keynes non consisteva in una gestione indiscriminata della domanda aggregata, ma in un tipo di ''assunzioni all'occorrenza'' è il primo passo per un' impostazione di una politica fiscale corretta.

Inoltre, provando a riorientare la politica fiscale, è importante ricordare che Keynes aveva un approccio socio-economico fondamentalmente umanistico e di politica economica radicato nella nozione di Hume, secondo il quale la ricchezza di una nazione riposa nella sua forza lavoro (Kregel 2008). Questo è evidente non solo nei suoi contributi e le sue proposte politiche, ma anche (come già suggerito) nel suo metodo teorico per calcolare il livello di piena occupazione. Una politica moderna deve abbracciare questa prospettiva e riconoscere che un requisito chiave nel processo di soluzione dei bisogni della società è la necessità del lavoro (O'Boyle 1994), così come, in un’economia di produzione monetaria è, in particolar modo, necessario un lavoro retribuito (Darity, 1999iii)

Infine, il programma permanente keynesiano di creazione di posti di lavoro all'occorrenza (on the spot) bisogna considerarlo molto più di una vera politica che assicura la piena occupazione; è anche un potente strumento per il cambiamento socio-economico e di trasformazione. Come Keynes profeticamente aveva avvertito, i responsabili politici alla Camera dei Lord, non bisogna confondere i gravi problemi economici e della disoccupazione durante periodi di recessione, con il compito che lo attendeva, e cioè di mantenere completamente autonoma l'economia in un'epoca di prosperità.

Al di là del periodo post-bellico… i problemi economici del giorno, [che ] ci renderanno perplessi, si trovano a risolvere le questioni di un'epoca caratterizzata da abbondanza di mezzi... non c'è alcun timore infatti di un fallimento della produttività materiale per fornire un adeguato livello di benessere che mi riempie di presentimento. I veri problemi del futuro sono i profondi problemi morali e sociali di come organizzare abbondanza materiale che possa cedere i frutti che possano sostenere buone condizioni di vita. (Keynes 1980: 261)

Allo stesso modo, la crisi attuale ci invita ad elaborare programmi di stabilizzazione intelligenti e vitali che generino la piena occupazione sia sul breve che sul lungo periodo in un modo che si rivolga specificamente ai bisogni urgenti delle comunità e degli individui nella loro ricerca per soddisfare le esigenze della società.

2. Quanto la domanda effettiva è diversa dalla domanda aggregata e perché fissarla alla piena occupazione non è un’ impresa facile

Per impostare la politica fiscale sulla strada giusta, dobbiamo prima ricordare che il contributo rivoluzionario di Keynes era la teoria della domanda effettiva, che è fondamentalmente diverso da quello che è diventato noto come la teoria della domanda aggregata. Quest'ultima è la teoria che vuole incrementare le spese correnti (private o pubbliche) per garantire un certo risultato obiettivo numerico (misurato a prezzi correnti o costanti). Il livello di occupazione non entra esplicitamente in questo tipo di analisi del PIL, dato che l'occupazione è determinata nell'ambito del mercato del lavoro, dai principi di offerta e di domanda. Keynes, al contrario, ha iniziato la sua teoria rivelando le incoerenze logiche nel concetto di curva dell’offerta del lavoro, e respingendo del tutto le analisi del mercato del lavoro. Poi, dimostrò perché il livello di occupazione dipendeva, in tutti i casi, non sul livello della domanda aggregata, ma sul piano della domanda effettiva. Quest'ultima è data dall’incrocio del prezzo di offerta aggregata e il prezzo di domanda aggregata della produzione da impiegare con un numero N di persone, di cui entrambe sono definite in termini di utili futuri (o previsti) che confermano le decisioni degli imprenditori di produrre e impiegare un numero N di persone nel momento presente. Queste funzioni non possono essere trovate in un libro di testo dei modelli tradizionali.

Secondo Keynes, era fondamentale la psicologia della comunità e le aspettative che guidavano il livello di spesa e di investimenti in forma aggregata. Esaminando quindi i fattori soggettivi e oggettivi socialmente determinati che influenzavano le decisioni di consumo e di investimento, Keynes ha illustrato come e perché la domanda del settore privato era cronicamente incapace di raggiungere e mantenere la piena occupazione. Egli concluse che era invece il lavoro suffragato da piani pubblici a ''spingere verso la piena occupazione nel modo più funzionale'' (Keynes 1964 [1936]: 378-379). Tuttavia, a causa della confusione tra la domanda aggregata e quella effettiva, la sua conclusione fu ampiamente interpretata nel senso in cui, quando la spesa del settore privato non è sufficiente a garantire la piena occupazione, è la spesa pubblica che può e deve intervenire per aumentare il lavoro. Keynes fu molto attento a spiegare però che stimolare la domanda aggregata non garantisce affatto il pieno impiego. Egli sosteneva che l'aumento delle spese di denaro rispetto a gravi recessioni avrebbe migliorato la domanda effettiva ma, dal 1937 in poi, dichiarò in modo determinato che tale provvedimento non avrebbe garantito affatto il livello di piena occupazione desiderato: un obiettivo che invece non deve essere abbandonato in prossimità della piena espansione. Dal momento che il livello di occupazione è prodotto dalla domanda effettiva, che è indipendente dal ciclo economico, spostarlo e fissarlo fino a raggiungere un livello di piena occupazione non è un compito affatto facile. Il tentativo di ridurre il prezzo dell'offerta dei prodotti, abbassando i salari è infatti controproducente, perché i datori di lavoro non sono sicuri di riuscire a vendere in seguito un margine maggiore di produzione, anche se potrebbe essere realizzata ad un costo inferiore. E inoltre ridurrà probabilmente il livello di occupazione complessivo a fronte del calo della domanda.

Così, Keynes riteneva che ridurre i salari fosse un "metodo socialmente disastroso nel processo economico, e socialmente ingiusto nel risultato'' (Keynes 1981a: 426). Al contrario, i politici dovrebbero lavorare sul lato della domanda. Influenzare i fattori indipendenti che sostengono il prezzo di domanda di produzione, tuttavia, è difficile. Questi fattori sono la propensione marginale al consumo (MPC), l'efficienza marginale del denaro (MEM), e l'efficienza marginale del capitale (MEC). Per spostare il punto di domanda effettiva, i governi possono provare quindi una delle tre seguenti strategie:

a) Possono implementare schemi di redistribuzione del reddito che favoriscono individui con propensioni marginali superiori al consumo (MPC) di individui con propensione superiori al risparmio, ma dal momento che la MPC Non è sotto il controllo diretto del governo, una tale politica incontrerà sicuramente numerosi ostacoli.

b) I governi possono allora ridurre anche il tasso d'interesse (ad esempio, l'efficienza marginale del denaro, MEM) nella speranza di incoraggiare più prestiti da parte degli investitori. Ottimizzare il tasso di interesse, tuttavia, a fronte di aspettative negative, può rivelarsi altrettanto irrealizzabile, e sarà particolarmente inefficace quando i tassi di interesse sono già prossimi allo zero.

c) Infine, possono tentare di aumentare la redditività attesa dagli investimenti (MEC), aumentando la spesa totale di denaro corrente attraverso politiche di gestione della domanda aggregata.

Questo stimolo avrà qualche effetto durante le recessioni, perché l'aumento della spesa pubblica, quando la domanda privata è in calo, sosterrebbe parzialmente le spese passate fatte dagli imprenditori, e aiuterebbe ad ammorbidire il ciclo economico. Ma, come mette in evidenza la crisi attuale, anche politiche molto importanti di gestione della domanda aggregata saranno lente per invertire il calo dell'occupazione. Questo perché in un’ economia di produzione monetaria, le politiche della domanda aggregata potrebbero semplicemente generare più domanda di attività finanziarie non riproducibili, come il denaro, o ciò che Hahn aveva chiamato ''domanda indotta di non occupazione'' (Hahn 1977: 39, citato in Davidson 2007: 52).

In altre parole, la spesa pubblica può essere vista come ciò che riempie ''di denaro le tasche degli imprenditori privati'' (Kregel 2008), mentre rimane difficile da valutare quanto grande sia l'iniezione di liquidità necessaria per indurre gli investitori ad assumere. Mentre la domanda aggregata, infatti, aumenta la quantità di liquidità nel sistema, potrebbe non essere in grado invece di cambiare rapidamente le preferenze individuali. Questo succede perché il denaro è ''un pozzo senza fondo di potere d'acquisto ... [e] non vi è alcun valore per cui la domanda venga deviata ... verso la richiesta di altre cose'' (Keynes 1964 [1936]: 231). Il problema che si crea, quando si riempiono le tasche degli investitori rispetto ad una politica a favore della piena occupazione, coinvolge piuttosto le aspettative di uno stato, che potrebbero o non potrebbero migliorare abbastanza rapidamente il prestito di liquidità finanziaria e di beni. E, una volta che le condizioni si stabilizzano, tali aspettative non riescono a spingere tuttavia gli imprenditori a spendere in modo da offrire lavoro a tutti coloro che lo vogliono. In questo senso, come i post-keynesiani e gli istituzionalisti hanno continuamente sottolineato, in un'economia utilizzatrice di denaro, la disoccupazione è sempre e ovunque un fenomeno monetario. Queste sono alcune delle ragioni teoriche per tamponare il calo di domanda la quale, come si discute oggi, non sembra essere l’idea principale per riuscire a garantire la piena occupazione secondo l'analisi keynesiana. Invece, l'economista inglese aveva una visione molto particolare della forma che la politica fiscale doveva assumere.

3. Il lavoro pubblico e i suoi vantaggi in qualità di pompa drenante

Keynes non ha solamente proposto un qualsiasi tipo di politica fiscale. In tutta la sua carriera accademica, i suoi scritti, i dibattiti politici, la corrispondenza epistolare, e le apparizioni sui media, hanno sottolineato una proposta complessa per definire la politica economica dell'Inghilterra riguardo la questione dell’occupazione: un programma permanente di opere pubbliche che viene presentata nel dettaglio, e la sua pianificazione di lungo periodo per risolvere i problemi della disoccupazione e dell'instabilità. Nella struttura originale della Teoria generale, Keynes aveva dedicato infatti un intero capitolo specifico sulle opere pubblicheiv.

E mentre le politiche fiscali contemporanee cercano di stabilizzare il consumo e gli investimenti privati, Keynes sottopose specificatamente a tali tentativi le politiche per la piena occupazionev. Keynes stesso ha sostenuto che, nella versione finale della Teoria Generale, il capitolo più lungo era dedicato proprio a sottolineare la mancanza di lungimiranza e gli errori di fonti d’investimento, i quali costituivano ''una parte importante della base riguardo la mia conclusione, per cui l'investimento è una questione che non può essere lasciata alle sole decisioni dei privativi'' (Keynes 1979: 232). Un programma organizzato di opere pubbliche consiste appunto in una politica che sappia affrontare il problema della disoccupazione che emerge da investimenti volatili, profitti gonfiati, e le aspettative sbagliate (da parte dei privati) (Keynes 1982: 388). Il programma sul lungo periodo di opere pubbliche di Keynes è così essenzialmente «centrato». . . sul controllo degli investimenti '' (Keynes 1983: 435).

Quando Keynes è intervenuto ad una serie di conferenze negli Stati Uniti dal titolo ''Economia e Analisi dell'occupazione'', e ha presieduto la fondazione Harris Roundtable sulla questione per cui “sarebbe possibile per i governi e le banche centrali deliberare provvedimenti per risolvere la disoccupazione?'', ha sottolineato come i lavori pubblici fossero il primo strumento di politica da scegliere. Curiosamente, ha concluso che le difficoltà rispetto alle obiezioni avverse alle opere pubbliche, cresciute nelle deliberazioni della Fondazione, sono state ''pratiche piuttosto che teoriche'' (Keynes 1981b: 529). Tuttavia Keynes ha sostenuto i lavori pubblici per tre specifiche ragioni teoriche:

  1. In primo luogo, i lavori pubblici hanno i più alti effetti sull'occupazione, creazione di qualsiasi politica: la misura cardinale di Keynes per misurare l'efficacia fiscale delle politiche.

  2. In secondo luogo, esse raggirano tutti i problemi sulla gestione già sopra menzionati a causa di fattori indipendenti, e possono fissare il punto di domanda effettiva quando si raggiunge la piena occupazione.

  3. Infine, possono affrontare direttamente la disoccupazione strutturale, e non hanno i problemi inflazionistici e di distribuzione del reddito delle politiche di gestione della domanda aggregata.

3.1. Come raggiungere la piena occupazione

Gli scritti di Keynes nel periodo tra le due guerre, il suo breve opuscolo Come pagare la guerra (1972), e gran parte del suo lavoro sulla politica del dopoguerra, chiarisce la sua posizione sulle opere pubbliche, non solo come soluzione della recessione economica, ma anche come politiche a favore della piena occupazione quando il ciclo economico è vicino a raggiungere il suo apice. Inoltre, precisando il suo metodo di analisi, discuterò in seguito come sia nettamente diverso dal metodo moderno di tamponare il calo della produzione (output gap). L'approccio di Keynes è radicato nella sua ferma convinzione che a causa della disoccupazione scaturiscono gravi conseguenze. Egli chiama il problema ''un male che è nelle case dei disoccupati stessi ... una malattia infettiva, [che] si moltiplica e si diffonde di casa in casa a meno che non siano presi dei provvedimenti per controllare questo fenomeno'' (Keynes, 1981a: 824 ), perché ogni persona che è disoccupata mette anche un' altra persona nella condizione di perdere il lavoro a causa della sua perdita di potere d'acquisto. Ma ci sono altri problemi con il sistema industriale: due dei peggiori sono l’impiego occasionale di lavoratori impiegati in modo intermittente, che si va a completare anche con le “mansioni faticose eseguite dalle donne'' (Keynes 1983: 174). In altre parole, l'obiettivo, secondo Keynes, è quello di creare non solo posti di lavoro, ma posti di lavoro ben retribuiti e stabili. Per queste ragioni ha sostenuto il programma liberale di Lloyd George descritto come la proposta di una politica economica che ''porterà indietro nel mondo del lavoro non solo gli uomini [sic] direttamente occupati nell'ambito dei suoi programmi, ma anche molti altri che, di conseguenza, verranno trascinati indietro (verso un posto fisso) indirettamente grazie al potere d'acquisto dei primi, i quali nel frattempo sono stati già impiegati”(Keynes 1981a: 825).

Il lavoro pubblico consiste essenzialmente in una politica che serve ad impiegare cittadini rimasti al margine. Offrono occupazione a coloro che non riescono a trovarlo in altra maniera, e affrontano il problema della disoccupazione in modo diretto e deliberato. Per Keynes, il primo obiettivo della politica è stato quello di assumere i disoccupati con qualsiasi mezzo possibile. Una volta che la piena occupazione viene raggiunta, la politica deve pianificare, ridisegnare (RASSEGNA DI ECONOMIA SOCIALE 64 Scaricato da [University of Chicago] a 06:53 21 Mar 2012) e sostenere le spese per rendere queste opere pubbliche ancora più efficaci e di successo in modo da integrarle in un programma stabile e più ampio di lungo periodo attraverso gli investimenti pubblici. Così, è più appropriato chiamare l'approccio alla piena occupazione di Keynes "all'occorrenza''. Come Keynes stesso aveva sostenuto in varie occasioni ''una pianificazione di lavoro all’occorrenza per i cittadini'' si può organizzare immediatamente senza ostacoli (Keynes 1982: 171). Nelle deliberazioni del comitato MacMillan, che delineano in dettaglio il suo pensiero sulle conseguenze occupazionali principali e secondarie attraverso le opere pubbliche, egli dichiarò che, secondo lui, era irrilevante se il calcolo del tasso di rendimento delle opere pubbliche fosse stato del 5%, del 3%, o dell' 1%. L’economista sottolineava, invece, che il primo risultato importante, al seguito di tali politiche, fosse stata piuttosto la riduzione della disoccupazione, e solo in seconda istanza considerava il fatto che qualche rendimento fosse stato migliore di altri (Keynes 1981b: 174-175).

Dunque, sebbene Keynes non sostenga solo di “scavare e ricoprire le fosse” (come si sente spesso dire), faceva spesso semplici esempi di opere pubbliche per sottolineare soprattutto l'importanza di un impiego ''all'occorrenza'', e di programmi di pieno impiego. Nei suoi scritti sulla questione della politica occupazionale del dopoguerra ha continuato a rimarcare, sia al ministero del Tesoro, che al grande pubblico, l'importanza di questo approccio diretto della creazione di posti di lavoro:

Ditelo agli interessati che avremo bisogno di uno sviluppo dell’edilizia e di lavoratori assunti direttamente: si può essere ben organizzati al momento opportuno. Dite loro che avremo bisogno di un milione e mezzo, forse anche due milioni di lavoratori in più. Ma dobbiamo fornire loro in tempo utile un'idea ragionevolmente precisa di quest’obiettivo. Infatti, se l'industria della costruzione si espande in maniera ordinata, deve avere qualche garanzia di proseguire l'impiego a favore di un maggior numero di lavoratori anche in un secondo tempo (Keynes 1980: 268).

I vantaggi delle opere pubbliche sono, in primo luogo, accertati dai loro effetti sulla creazione di occupazione. Secondariamente, devono essere mirati a particolari aree e industrie. Una volta che si raggiunge la piena occupazione'' ci può essere un solo obiettivo in economia, cioè di sostenere un’altra, migliore, e più importante parte di spesa'' a favore di progetti individuali (Keynes 1982: 146): in altre parole, è necessario ridisegnare quelle opere pubbliche, appena ce ne sarà la necessità. Keynes infatti sottolineava che sia nelle fasi recessive, che in momenti di espansione economica, non c’è mai carenza di attività da redistribuire, e che sarebbe stato più utile impiegare i disoccupati in qualche tipo di attività piuttosto che lasciarli senza fare nulla. È importante evidenziare ancora una volta che Keynes non vedeva nulla di naturale riguardo la disoccupazione a nessun livello di percentuale si trovasse. Al contrario, dichiarò che, dal momento che una vera e propria piena occupazione (totalmente priva di disoccupati) è stata raggiunta almeno una volta, allora si trattava di una circostanza che poteva ripetersi nuovamente. L’impresa sta nell’ottenere ''una riduzione dei disoccupati al livello che abbiamo avuto in tempo di guerra: vale a dire, abbassandolo ad un livello di 120.000 disoccupati. . . o meno dell'1 per cento di disoccupati al tempo presente”. Solo così la classe dirigente avrebbe avuto davvero il merito di garantire ''tutto quello che umanamente uno stato era in grado di realizzare” (Keynes 1980: 303).

Keynes riteneva che ''fosse facile impiegare tra l'80 e il 90 percento di risorse nazionali. . . ma di impiegare tra il 95 e il 100 per cento è un compito del tutto diverso'' (Keynes 1982: 409). Per quest’ultimo obiettivo è necessaria quasi tutta la cura e la gestione della pianificazione. Per utilizzare tra il 95% e il 100% delle risorse nazionali, tra cui il lavoro, avremmo ''più bisogno. . . sia di una domanda adeguatamente distribuita, che di una maggiore domanda aggregata'' (Keynes 1982: 395). Keynes ha inoltre affermato che "possiamo permetterci di realizzare tutto ciò che possiamo fare realmente (infrastrutture, occupazione, commercio). Una volta fatto sta lì e nulla può portarlo via da noi'' (Keynes 1980: 270, enfasi iniziale). Viceversa, attraverso le politiche che sostengono i disoccupati tramite i sussidi di disoccupazione, non creiamo nulla che ci rimane “se non che più uomini avranno bisogno di sussidi per la disoccupazione'' (Keynes 1982: 149). (Ovvero, con i sussidi si finisce di sostenere e di giustificare la disoccupazione stessa). Keynes, dunque, era particolarmente avverso ai sussidi di disoccupazione che diventavano un ammortizzatore sociale a favore dei disoccupati. Infatti ''Ogni lavoratore'' ha affermato ''il suo lavoro, vale molto più del sussidio di disoccupazione che prende. . . Un sano giorno di lavoro per un salario adeguato è in attesa di ogni onesto lavoratore: solo questa, secondo me, deve costituire la loro sicurezza'' (Keynes 1981a: 825). Poi continua:

Ci sono cose da fare; e ci sono molti uomini che (senza lavoro) sono in grado di realizzarle. Perché non mettere le due cose insieme? Perché non mettere gli uomini al lavoro? Questo paese non si fonda su un’idea molto lontana da questo principio. È folle sedersi comodo, fumando la propria pipa, e raccontare ai disoccupati che sarebbe più difficile trovargli un lavoro qualsiasi da svolgere. (Keynes 1981a: 825)

Così, mentre l'obiettivo primario della politica è quello di offrire occupazione al margine, Keynes non ha mai creduto che i sistemi pubblici per l'impiego non potessero essere applicati in maniera ben programmata per consentire ai lavoratori di svolgere servizi utili. Non potremmo usare di più le università, le scuole locali, aree ricreative, teatri, musei, gallerie, caffè, o sale da ballo? Si chiese Keynes. C'erano, naturalmente, molti altri bisogni urgenti da affrontare in quel momento: i lavori pubblici potevano aumentare il numero delle abitazioni, migliorare le infrastrutture dei trasporti, e ''riqualificare l'ambiente della nostra vita quotidiana. . . Non solo dobbiamo impossessarci di queste cose ottime ma. . . possiamo sperare di mantenere un alto livello di occupazione per molti anni a venire '' (Keynes 1980: 270).

Alcuni progetti, come ad esempio i programmi dell’edilizia su larga scala, richiederebbero un'attenta pianificazione ed organizzazione, ma alcuni potrebbero essere rapidi e poco costosi: '' [T] o si potrebbe preservare il settore pubblico anche per l'intrattenimento e la ricreazione, per la contemplazione della natura, le scogliere e le coste del paese. . . che non richiedono niente più che la decisione di agire'' (Keynes 1980: 269).

Questa è l'essenza di una buona politica: guidata dalla convinzione intellettuale che la piena occupazione sia indispensabile e concreta, sostenuta da una classe dirigente impegnata ad intervenire con coraggio e in modo deliberato, grazie a doti come la fantasia e l'intelligenza per realizzare progetti di utilità pubblica in generale.

3.2. Come mantenere la piena occupazione

Non solo Keynes era convinto che saremo in grado di risolvere completamente la disoccupazione, ma credeva che tale compito può essere raggiunto anche sul lungo periodo. Molto presto ha riconosciuto che, per mantenere la piena occupazione ''dobbiamo lavorare su un programma di lungo periodo (Keynes 1980: 269), in cui le opere pubbliche svolgono un ruolo cruciale in quei momenti in cui il settore privato giunge a saturazione:

La mia tesi è che se i lavori pubblici dovrebbero essere attivati soprattutto in un momento in cui l'impresa privata si trova in una fase di arresto, a causa di una sovraccapacità temporanea, e non è quindi nella posizione di espandersi. Il risparmio privato può fare qualsiasi tipo di danno. Vi ricorderete quello che ho detto una volta: che ogni sterlina risparmiata rende un uomo [sic] disoccupato. (Keynes 1982: 150).

I fattori oggettivi e soggettivi che determinano consumi privati dimostrano che il settore privato non dovrebbe espandere il suo intero reddito da lavoro. E così sosteneva Keynes: ''in realtà il business dei privati non funziona con lo spendere più di quello che naturalmente si dovrebbe fare, non più di quanto la loro attività serva a fornire ai disoccupati la carità'' (Keynes 1982: 151). Inoltre, la volatilità delle aspettative degli investitori assicura che la piena occupazione, qualora fosse raggiunta, non può essere sostenuta. La risposta a questa carenza consisteva nell’intervento delle opere pubbliche, e in una considerevole socializzazione degli investimenti:

Se enti pubblici o semi pubblici sono autorizzati a stanziare i due terzi, o i tre quarti del totale degli investimenti, un programma di lungo periodo, con un'impostazione duratura, dovrebbe essere in grado di ridurre la potenziale gamma di oscillazione. . . (Keynes 1980: 322)

“La di piena occupazione” ha proseguito “deve essere organizzata dalla comunità nel suo insieme, ovvero, da parte delle autorità pubbliche'' (Keynes 1982: 151). Come affermato sopra, non è per nulla auspicabile la sospensione di opere pubbliche là dove il settore privato si trova in eccesso di capacità (produttiva), in quanto quest'ultimo non può espandersi fino ad assorbire coloro che sono stati licenziati dal settore pubblico (mentre è possibile il contrario). Questo concetto è stato ben compreso dai contemporanei di Keynes nel contesto del mantenimento integrale di un'occupazione "all'occorrenza" (67 Scaricato da [University of Chicago] a 06:53 21 Mar 2012) dopo la Seconda Guerra Mondiale. Meade, per esempio, evocò questo sentimento:

[T] qui c'è poca comprensione. . . che il tasso di disoccupazione dell' immediato dopoguerra possa derivare dalla smobilitazione (dell'esercito) è un problema che non può essere risolto adeguatamente con politiche espansive generiche. Si richiedono piuttosto, ovviamente, politiche di riqualificazione, lavori temporanei, e una riconversione generale del lavoro a sostegno di settori utili in tempo di pace. (Meade in Keynes 1980: 314)

In altre parole, è necessario non interrompere le opere pubbliche, ed è bene invertire l'occupazione di ambito militare in un'industria ricollocata in un contesto di pace mentre, allo stesso tempo, si converte il ruolo dei lavoratori in base alle esigenze della produzione civile. Se la ristrutturazione dell'industria potrebbe richiedere un po' di tempo per essere pronta, Keynes non credeva che il mantenimento della piena occupazione sarebbe stato un obiettivo difficile. I rimedi richiesti si sarebbero trovati infatti su una scala molto più ridotta rispetto a quello che i critici hanno suggerito, poiché era più facile ''evitare che la palla rotolasse piuttosto di quanto sarebbe servito a fermarla una volta che avesse iniziato a rotolare" (Keynes 1980: 316). In altre parole, era un compito facile prevenire la disoccupazione piuttosto che eliminarla una volta che si era sviluppata. Questo è il motivo per cui Keynes aveva sostenuto un programma duraturo di opere e servizi pubblici, e aveva spesso rimproverato i suoi contemporanei di non riuscire a cogliere pienamente la loro funzione sia come soluzione nel breve che nel lungo periodo di stabilità economica. Nella sua precedente corrispondenza Meade, per esempio, ha scritto una volta:

Penso che si ponga eccessiva attenzione sulla cura e troppo poca sulla prevenzione. È vero che un volume variabile di opere pubbliche a breve termine è una forma strampalata e, probabilmente, poco efficace di risoluzione. D'altra parte, se la maggior parte degli investimenti rimanesse sotto il controllo pubblico, o semi-pubblico, e ci rivolgessimo ad un programma stabile e di lungo periodo, è molto probabile che la disponibilità delle opere pubbliche diminuisca. (Keynes 1980: 326)

Così, a causa delle preoccupazioni riguardo le difficoltà di applicazione sul breve periodo, Meade non era riuscito a scorgere invece i vantaggi importanti di prevenzione su larga scala, riguardo programmi pubblici a vantaggio dell'impiego di lungo periodo. Ovvero, lavori pubblici che eludessero problemi di gestione di una spesa privata volubile e investimenti diretti alla creazione dell’impiego, che anche impartissero stabilità al sistema sul lungo periodo per essere, quindi, mantenuti anche una volta fosse stata raggiunta la piena occupazione.

Ma per affrontare i problemi di attuazione, era necessaria una pianificazione industriale, così come un formale budget del capitale e, più importante di tutto - impegno, programmazione, e immaginazione - ''e questi [sistemi] (RASSEGNA DI ECONOMIA SOCIALE 68 Scaricato da [University of Chicago] a 06:53 21 Mar 2012) possono essere ambiziosi e ingegnosi come solo lo possono concepire la mente dei nostri ingegneri, dei nostri architetti e dei pianificatori sociali'' (Keynes 1981a: 268). I progetti devono essere grandi, significativi ma non frettolosi. Roma, dopo tutto, non è stata costruita in un giorno. In sostanza, lo stato dovrebbe servire lo scopo di ''dirigente responsabile dell'impresa'' (Keynes 1981a: 324). In un articolo del Times del 1937, Keynes riflette su come evitare un crollo di occupazione dopo la guerra e mantenere un suo livello costante più elevato. Egli richiese la nomina di ''un consiglio d’investimento pubblico per preparare schemi rapidi che sarebbero stati necessari. . . Se aspettiamo che la crisi giunga alle porte, faremo ovviamente troppo tardi'' (Keynes 1982: 394).

3.3. Domanda aggregata e problemi della sua gestione

Anche se, è proprio durante i periodi di gravi crisi che troviamo il sostegno più robusto a favore di politiche della gestione più ampie e più incisive della domanda aggregata, Keynes riteneva comunque che differenti politiche di sostegno rivolte a sostenerla avrebbero portato a risultati diversi nella creazione dell’occupazione. Per ridurre rapidamente la disoccupazione sarebbe invece sufficiente la creazione di una “domanda-obiettivo”. Però, anche per risolvere gravi crisi Keynes non proponeva di usare disordinatamente ogni mezzo della politica fiscale, come viene anche praticato oggi. Invece, gli premeva la necessità di migliorare l’impiego del capitale pubblico su larga scala.

Il primo compito di tale politica è quello di generare una domanda sufficiente per il lavoro al fine di creare l’occupazione per tutti. Dopo aver preparato il progetto , lo scopo era implementarlo né in modo troppo lento, che avrebbe fatto crescere la disoccupazione, né in modo troppo spedito che avrebbe provocato l’inflazione (Keynes 1981a: 267). Diversamente, l’approccio della domanda aggregata, ovvero del “generale aumento del potere d’acquisto”, non garantisce sempre i risultati voluti in quanto “non è ugualmente efficace in tutte le circostanze” (Keynes 1980: 311). In particolare, le politiche di gestione della domanda aggregata mostrano profilarsi tre difetti mentre l’economia si avvicina a realizzare la piena occupazione: 1. creano pressioni inflazionistiche 2. i redditi si distribuiscono in modo meno eguale 3. e si fallisce nel risolvere la disoccupazione strutturale.

Immaginiamo di trovarci in un periodo di crescita economica, così che la spesa privata e gli investimenti sono alti, e l’economia si trova vicina alla piena occupazione. Qualsiasi altra spesa di denaro aumenterà il MEC, ma non avrà gli stessi effetti positivi sull’occupazione come nei periodi di recessione. Ciò è dovuto alla struttura dell’economia. Vicino alla piena occupazione il MEC può già essere elevato, ma la domanda aggregata probabilmente lo farà aumentare ancora di più nelle industrie che già producono a pieno regime. In questo caso, come spiega Keynes nella Teoria Generale, la domanda effettiva avrà “un effetto parziale sulla produzione, così come agirà parzialmente sul prezzo” a seconda di una dei due elementi di elasticità:

Alcune merci richiedono più tempo per essere prodotte, quindi diventa impossibile aumentare rapidamente la loro offerta. Pertanto, se per questi prodotti la domanda aumenta, l’occupazione mostrerà bassa elasticità (Keynes 1964 [1936]: 285).

Utilizzare il MEC vicino alla piena occupazione attraverso la gestione della domanda aggregata non produrrà gli stessi effetti di creazione del lavoro e, molto probabilmente, genererà pressioni inflazionistiche sulle industrie con bassa elasticità di occupazione. Poiché la struttura dell’economia distribuisce l’aumento della domanda aggregata in modo non uniforme, quest’aumento delle spese correnti non creerà più opportunità di occupazione a favore di coloro che sono disoccupati in modo permanente, e probabilmente farà crescere i prezzi delle industrie che producono quasi a pieno regime. Quindi, il primo problema connesso all’aumento della domanda aggregata in una fase di espansione economica consiste nel fatto che i prezzi aumentano più velocemente di quanto cresca l’occupazione. Il secondo problema è che, in prossimità della piena occupazione, si favorisce una distribuzione meno uniforme del reddito fra lavoro e capitale che avvantaggia quest’ultimo. Keynes scrive:

Se si registra una domanda maggiore per i prodotti di bassa elasticità di occupazione, ciò andrà a gonfiare gli introiti degli imprenditori mentre una parte minore aumenterà i redditi dei lavoratori dipendenti e di altri fattori di produzione (Keynes 1964 [1936]: 287).

Per questi motivi, al fine di garantire la piena occupazione durante i periodi di benessere, è necessario creare non una domanda generica fine a se stessa ma una domanda distribuita più uniformemente. Il carattere distribuzionale della domanda aggregata fra i vari prodotti possono sensibilmente influenzare il livello occupazionale. Se, per esempio, la domanda è in gran parte rivolta ai prodotti di alta elasticità occupazionale, l’aumento dell’occupazione sarà più significativo di quello che potrebbe risultare dalla domanda verso i prodotti con bassa elasticità occupazionale. Allo stesso modo, l’occupazione può calare senza che vi sia stato alcun cambiamento nel volume della domanda aggregata, se la direzione della domanda viene deviata a favore dei prodotti di bassa elasticità (Keynes 1964 [1936]: 286).

Anche se in un’economia recessiva lo stimolo della domanda aggregata su larga scala ha un effetto positivo, per arrivare al massimo livello occupazionale è necessario tuttavia rivolgere la domanda a favore dei disoccupati attraverso la loro assunzione diretta nel pubblico impiego. Quanto più siamo vicini alla piena occupazione, tanto più diventa complesso assicurare un ulteriore aumento dell’occupazione tramite la crescita del reddito aggregato (Keynes 1964 [1936]: 118). Tuttavia non si può concludere che l’obbiettivo di piena occupazione termina nel momento in cui si è raggiunto il suo massimo risultato, come pensano gli economisti mainstream, i quali definiscono la piena occupazione quel livello che non crea inflazione (detto anche “residuo frizionale e strutturale della disoccupazione”).

Secondo Keynes, anche durante i momenti di espansione economica, l’obbiettivo di piena occupazione rimane sempre il fattore più importante. In particolare, si interessava molto del problema specifico della disoccupazione strutturale, la quale “dovrebbe essere contrastata con determinazione e non come qualcosa di fronte alla quale ci si può arrendere così facilmente” (Keynes 1980: 357). Per affrontare la disoccupazione strutturale, il governo potrebbe reindirizzare i lavori pubblici verso quelle “aree speciali” dove è rimasta la disoccupazione residua più ampia. In diversi documenti pubblicati fra le due guerre dal Ministero del Lavoro, Keynes, insieme al governo, hanno proposto che un modo per affrontare carenze di manodopera in alcune aree, ed eccedenze in altre, è stato quello di “portare i contratti agli uomini piuttosto che gli uomini ai contratti” (Brown 1936). Questo è un altro aspetto chiave nell’approccio di Keynes sulla creazione del “lavoro all’occorrenza”. A confronto con Meade, che inizialmente preferiva una politica fiscale per compensare certe lacune, Keynes continuava a sottolineare l’importanza dei lavori pubblici come soluzione stabile di lungo periodo, e convincendo così Meade che “il compito del portare lavoro verso le persone … deve essere considerato come un processo continuo ” (Meade in Keynes 1980: 331).

Anche se le pressioni inflazionistiche si verificano quando si è vicini alla piena occupazione, la disoccupazione non deve essere uno strumento per alleviarle, come propone la teoria economica ortodossa, e come sostengono molti contemporanei di Keynes (Keynes stesso caratterizzava queste politiche come “rovina del nostro odierno sistema dell’ordinamento democratico”( Keynes 1980: 374)). Keynes suggeriva invece di rinviare alcuni nuovi progetti pubblici nei limiti in cui possono restare sospesi (Peden 1980: 1), ma non sosteneva che in tal caso la liquidazione dei lavori pubblici, o i licenziamenti dei lavoratori, fossero mai una buona idea. Al contrario, potrebbe essere ragionevole rinviare alcuni investimenti nelle zone centrali e benestanti della città per promuovere altri progetti nella periferia. Ecco perché Keynes promuoveva l’idea di impiegare il lavoro pubblico nelle aree speciali e quelle in difficoltà: un approccio di diversificazione a seconda delle circostanze, al fine di sostenere quella piena occupazione che non riceveva sufficiente riconoscimento.

Keynes sottolineava che gli impieghi pubblici devono creare posti di lavoro stabili sul lungo periodo, ma devono anche essere creati in modo estemporaneo e all’occorrenza nel caso in cui la disoccupazione in certe zone diventasse improvvisamente eccessiva. “Per riuscire a creare posti di lavoro stabili, dobbiamo avere sotto mano un ampio programma di sviluppo su larga scala, nel campo industriale, ingegneristico, dei trasporti e dell’agricoltura” (Keynes 1980: 267). Ma per “risolvere problemi in aree difficoltose, sono necessarie misure ad hoc” (Keynes 1982: 385). Keynes era critico sulla riluttanza dei governi ad implementare progetti improvvisati, particolarmente consigliati da coloro che conoscevano il problema della disoccupazione in aree problematiche (Keynes 1982: 385).

Le esigenze di comunità’ e la composizione strutturale dei settori economici dovrebbero determinare l’area e il tipo di lavoro pubblico. Negli anni ‘30 vi erano poche fonti statistiche che potevano guidare la progettazione politica e la sua attuazione, e Keynes insisteva molto sul fatto che le statistiche dovessero essere migliorate. È proprio mentre discutiamo sui modi di misurare lo scarto fra la produzione potenziale e la produzione corrente che possiamo apprezzare appieno la differenza tra la sua idea di offrire la piena occupazione e le visioni moderne sullo stesso argomento.

4. Concentrarsi sul gap di produzione non è il metodo di Keynes per raggiungere la piena occupazione

L’eliminazione del divario (gap) fra il prodotto effettivo e quello potenziale è un approccio suggerito da molti economisti eterodossi per raggiungere la piena occupazione. Quando Keynes parlava del calo di domanda, aveva in mente il calo della domanda di lavoro, non il calo della domanda di produzione. Questa non è una differenza da poco. La sua metodologia, che include la pianificazione del bilancio statale per risolvere il calo (gap) della domanda di lavoro, è illustrata in uno dei suoi paragrafi nel rapporto dell’ufficio statistico del Tesoro dal nome “Probabile portata del reddito nazionale del dopoguerra” (Keynes 1980: 334-346), nonché nell’appendice statistica del memorandum sul reddito nazionale e sulle spese nel periodo del dopoguerra (Keynes 1980: 289-298). Queste relazioni contengono stime sul reddito nazionale al costo dei fattori di produzione, e valutazione del livello di spese correnti come funzione del lavoro e dei salari. Il metodo di calcolo di Keynes del reddito e del prodotto fu proposto nella Teoria Generale, in particolare nel capitolo che parlava della scelta di unità attraverso la quale eseguire questo calcolo. Quando Keynes parlava di un certo aumento di spesa che avrebbe stimolato un aumento di produzione, lo calcolava in unità salariali. Nel dibattito sulla pianificazione del bilancio statale del dopoguerra, Keynes in collaborazione con Sir Richard Stone, ha proposto i propri calcoli riguardo le spese del governo necessarie per sostenere la piena occupazione. Tutti quei calcoli furono basati su alcune ipotesi circa il numero di uomini e di donne che avevano un lavoro o che lo cercavano. L’obbiettivo era di trovare un metodo per calcolare il prodotto effettivo come funzione dell’occupazione, della produttività e dei prezzi di produzione. In altre parole, qualsiasi calo di produzione che andava risolto doveva essere calcolato in termini di persone disoccupate (Keynes 1980: 280-307). In effetti, Keynes esplicitamente contestava il calcolo del calo della domanda ai prezzi correnti (più sotto). Proviamo a ricordare quali sono i metodi descritti in questo documento per alleviare la disoccupazione tramite la chiusura del calo di produzione.

4.1. Approccio moderno sul gap di produzione

L’approccio moderno si basa su varie incarnazioni della legge di Okun che trova una relazione statistica fra il tasso di crescita della produzione e il tasso di disoccupazione (Okun 1962). La legge afferma che un aumento di disoccupazione dell’1% provocherebbe un calo nella crescita di PIL approssimativamente del 3%. Questo rapporto fu rovesciato e utilizzato come guida politica suggerendo quindi che: per ridurre la disoccupazione bisogna che il tasso di crescita del PIL effettivo sia più alto di quello del PIL potenziale. In altre parole, se la politica riesce a stimolare la crescita ad un tasso più alto di quello della crescita del PIL potenziale, la disoccupazione può essere ridotta e probabilmente eliminata. Questo approccio ha dato origine ad una vasta gamma di politiche pro-crescita. Paradossalmente, sono proprio queste politiche che generano la tanto temuta inflazione. Keynes avvertiva che una maggiore domanda aggregata tendeva ad aumentare i prezzi in alcuni settori ancor prima che l’aumento nella produzione potesse raggiungere la piena occupazione. Di conseguenza, l’intera impresa di raggiungere la piena occupazione tramite la gestione della domanda aggregata viene di solito abbandonata nel nome della stabilità dei prezzi.

4.2. Approccio di Keynes sul gap (calo) nella domanda

Anche Keynes si domandava come chiudere il gap, ma lui misurava quest’ultimo in unità di lavoro. Gli investimenti pubblici sono la strada diretta per ridurre la disoccupazione, e questi ultimi, sottolineava l’economista, producevano l’effetto principale di creare occupazione attraverso gli impieghi pubblici. Quando aggiungiamo anche gli effetti secondari, ovvero il moltiplicatore generato dal lavoro pubblico, anche quest’ultimo riesce quindi ad assorbire quanti posti necessari ci vogliono per chiudere il gap del lavoro, ovvero per raggiungere la piena occupazione. Nelle stime di Keynes sul necessario aumento nel reddito nazionale e delle spese per produrre la piena occupazione “i calcoli comprendevano donne e uomini disoccupati.” (Keynes 1980: 298). Keynes non parlava di un’insufficiente domanda di produzione, quanto piuttosto di un’insufficiente domanda di lavoro (vedere ad esempio su questo argomento le discussioni sulla spesa del dopoguerra per mantenere la piena occupazione, Keynes 1980: 277-307). Questa condizione fornisce il supporto metodologico alla presente affermazione per cui l’approccio di Keynes a favore della piena occupazione era di concentrarsi sulla domanda di lavoro, dove la politica economica si rivolge direttamente ai disoccupati, e non tratta il problema di disoccupazione con le soluzioni indirette, ad esempio definendo un qualche livello generalizzato della produzione da raggiungere.

Keynes respingeva decisamente il metodo di calcolo del prodotto potenziale usando i prezzi correnti, come viene fatto oggi. Infatti, anche se condivideva in larga misura un’importante analisi di Mr. Colin Clark (padre della statistica nazionale inglese), restava comunque molto critico verso i suoi calcoli del reddito nazionale lordo che ha prodotto stime sul potenziale tasso di consumi e di investimenti stimati sui prezzi di mercato. Questo metodo era inaccettabile per Keynes in quanto tale stima era inaffidabile per un periodo di tempo più lungo, poiché dipendeva da “vari fattori tecnici e dal carattere preciso dei modi d’uso”; queste stime del prodotto potenziale hanno comportato un utilità solamente nel periodo “molto breve o immediato” (Keynes 1980: 71). Keynes non traeva alcuna utilità pratica da questi calcoli, dal momento che l’economia è un sistema in continua evoluzione dove il carattere dei consumi e degli investimenti cambia sempre. Il prodotto potenziale è ancora più fuorviante come concetto di lungo periodo, e per questo Keynes lo chiamava “l’impostore” (Keynes 1980: 72). Perciò, la misura che concerne solamente i consumi e i beni di investimento in rapporto al valore di mercato non considera il fatto che la variazione dei consumi o degli investimenti possano comportare una perdita di capitale o del lavoro. In effetti, il mutamento della struttura produttiva, che devia risorse da un’area d’utilizzo ad un’altra, è il motivo principale per cui il prodotto potenziale non può essere calcolato sul lungo periodo, ma neanche in quello brevissimo. Soprattutto, la perdita dei posti di lavoro provocata da tale deviazione deve essere trattata e risolta separatamente, e questo è il motivo per cui la definizione del prodotto nazionale di Keynes è espressa in termini di ore lavorate (Keynes 1980: 73).

Dunque, l’analisi moderna del calo di produzione è del tutto incompatibile con il metodo keynesiano per raggiungere la piena occupazione. I tentativi di mettere insieme questi due approcci devono ridefinire il prodotto potenziale nei termini dell’unità dei salariali e delle ore lavorative, oppure la disoccupazione deve essere affrontata direttamente e indipendentemente dal calcolo del prodotto potenziale. “Il nostro reddito è solo un altro nome per definire quello che produciamo mentre lavoriamo” affermava Keynes (1982:156). Il metodo di Keynes è utile anche perché il prodotto potenziale non implica solamente l’occupazione di tutti coloro che erano disoccupati. Secondo Keynes, l’aumento di produzione dipenderà da “una maggiore intensità lavorativa da parte della forza lavoro esistente, dall’assunzione dei disoccupati e dall’assunzione delle persone nuove sul mercato di lavoro” (Keynes 1981b: 52). In altre parole, Keynes ha una visione dinamica del prodotto potenziale che dipende non solo dagli occupati, ma anche da coloro che attualmente sono fuori dal mercato di lavoro.

Il tentativo di pompare indiscriminatamente grande quantità di spesa pubblica è un approccio sbagliato per raggiungere la piena occupazione. Quindi, parlando del calo e dei modi per eliminarlo, bisogna ricordare che si tratti del divario nella domanda di lavoro, e secondo Keynes questo problema andava risolto direttamente tramite l’introduzione delle assunzioni pubbliche dirette, sia all’inizio del ciclo economico che in prossimità del suo picco. Per ripristinare il nesso tra la politica fiscale e la piena occupazione è necessario quindi capire e abbracciare la metodologia di Keynes del calcolo del prodotto nazionale, una questione che è stata sottolineata poco dagli economisti eterodossi.

5. Reimmaginando l'economia sociale

Per parafrasare Keynes, anche in tempo di abbondanza, di certo nessun paese si può definire con una sola e semplice formula. Ci sono innumerevoli compiti da svolgere e molti disoccupati che sarebbero disposti a farli. Vari tipi di progetti erano già stati proposti dalla letteratura economica. In aggiunta a quelli comunemente menzionati, come la riforestazione, la pulizia di quartiere, le infrastrutture e gli investimenti, ci sono altre mansioni che tengono conto delle esigenze specifiche delle diverse comunità di tutto il mondo, così come del livello di competenza dei disoccupati.

Wray (1998), per esempio, ha sostenuto che gli Stati Uniti potrebbero usare molti ingegneri per il restauro delle case popolari, le scuole pubbliche, e i boschi. Nel caso dell'Australia, Mitchell (1998) ha suggerito il rinnovamento urbano su larga scala, l'assestamento delle spiagge, e programmi per ostacolare l'erosione dei fiumi e delle valli. Antonopoulos (2010) ha stimato che gli investimenti nel settore sociale, nell'asilo o, per esempio, nell’assistenza a domicilio, sarebbero in grado di generare 1,5 volte il numero di posti di lavoro allo stesso modo degli investimenti impiegati a favore dell'economia ambientale, e il doppio del numero di posti di lavoro che si verrebbe a creare grazie agli investimenti sulle infrastrutture. Forstater (2002) ha sostenuto con determinazione che si deve al dottor Martin Luther King (l’idea) di mettere a lavoro tutti coloro che possano contribuire ad un piano di rinnovamento a favore delle città.

Infine, basta guardare non oltre l'ultimo disastro ambientale sulla Costa del Golfo (PERMANENT WORK ON-THE-SPOT, 77 - Scaricato da [University of Chicago] a 06:53 21 Mar 2012) per cogliere immediatamente il disperato bisogno di una ingente quantità di forza lavoro che si impegni a ripulire le spiagge, e un squadra numerosa composta da ingegneri, così come da marinai della guardia costiera, per salvaguardare le coste, analizzare, sviluppare e preservare l'ambiente marino e, in generale, le risorse dell’intera nazione. Infatti, nel caso di un disastro qualsiasi, ci deve essere un nuovo ''Piano Marshall'' pronto all'uso, dove vi è la necessità socio-economica sul lungo periodo, ci deve essere anche un'organizzazione con un programma accuratamente dettagliato. la piena occupazione non dovrebbe essere lasciata senza nuovi progetti, e i cambiamenti improvvisi del ciclo economico nel settore privato non dovrebbero decidere se importanti progetti pubblici vengano intrapresi o meno. Infatti, è fondamentale che un programma completo di piena occupazione sia implementato come un fattore stabile che determina la politica economica di bilancio, in quanto, se considerata soltanto come una ''soluzione anti-recessiva” non riceverà una valutazione obiettiva dei suoi meriti. Come Keynes avvertì:

Nuovi esperimenti sociali non avranno una buona occasione per dimostrare il loro valore, a meno che essi possono essere introdotti in tempi di normale benessere. (Keynes 1981a: 327)

5.1. Il lavoro teorico nella creazione diretta di lavoro dopo Keynes

Detto questo, ci sono diverse proposte contemporanee che sono interamente coerenti con l'approccio keynesiano, anche se il nesso teorico metodologico tra le varie soluzioni non sono state elaborate sufficientemente. Tali proposte comprendono le versioni precedenti del datore di lavoro di ultima istanza, (ELR - Employment of Last Resort) (Beveridge 1944; Pierson 1964) e la loro moderna contropartita (Minsky 1986; Wray, 1998); così come le proposte di Buffer per un’occupazione (Bureau of State Employment) (Mitchell 1998), la garanzia sul lavoro (JG – Job Guarantee), e il Servizio del Pubbligo Impiego (PSE - Public Service Employment) (Gordon 1997; Harvey 1989). Questo lavoro ha iniziato a sviluppare alcune delle preoccupazioni esplicite di Keynes con la giustizia sociale e la stabilizzazione macroeconomica attraverso la piena occupazione.

Per esempio, le proposte di ELR e BSE sottolineano alcuni benefici macroeconomici di creazione diretta di lavoro, come ad esempio il loro meccanismo anticiclico; l'ancora della creazione di un salario che prevede l'economia nel suo complesso; la loro capacità di mantenere e migliorare il capitale umano attraverso la formazione; l'istruzione e il lavoro; la loro capacità di alleviare pressioni inflazionistiche e deflazionistiche di domanda del settore privato; e la loro importante fornitura di investimenti necessari fin tanto che non sono normalmente intrapresi dal settore privato (Mitchell 1998; Wray 1998). Inoltre, tutti questi programmi sottolineano i principi di giustizia sociale e, in particolare, il diritto al lavoro come un diritto umano fondamentale, come stabilito dalla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo 1948 (ad esempio, Harvey 1989; Wray e Forstater 2004). Vi è anche una ricerca che considera i meriti macroeconomici di programmi di garanzia dei posti di lavoro vis-a'-vis riguardo specifiche politiche di gestione della domanda aggregata che sono stati anche sviluppati su principi di giustizia sociale, come ad esempio le proposte di garanzia del reddito di base (Tcherneva 2006).

Per riorientare la politica economica verso un approccio impostato sulla domanda aggregata indipendente così come viene suggerito da Keynes, che si riferisce esplicitamente ai bisogni degli individui e delle comunità, sono necessari diversi fattori:

I) Il primo è un impegno a supporto delle ragioni teoriche e metodologiche per l'abbandono del modello della domanda aggregata in favore di un programma permanente di lavoro “all’occorrenza'' (on-the-spot) come una politica di vera e piena occupazione sul lungo periodo.

II) In secondo luogo, necessitiamo di un'attenta indagine sugli aspetti macroeconomici e i meriti socio-economici dei programmi per la creazione di posti di lavoro diretti in tutto il mondo (RASSEGNA DI ECONOMIA SOCIALE 76 Scaricato da [University of Chicago] a 06:53 21 Mar 2012) anche qualora non fossero universali e permanenti. Qualche lavoro è già stato fatto nel caso del New Deal americano (Harvey 1989), argentino (Tcherneva e Wray 2005), indiano (Hirway et al. 2008), e sud africano (Antonopoulos 2009).

III) In terzo luogo, e forse il più importante, è il riconoscimento che il lavoro garantito valga molto di più dei programmi che assicurano il diritto al lavoro e la stabilizzazione del ciclo economico: sono anche le politiche per il cambiamento sociale e la trasformazione (Tcherneva 2008). I lavori preliminari nel caso dell'Argentina, per esempio, suggeriscono che l'accesso al lavoro da parte delle donne povere possa risolvere alcune importanti cause di disuguaglianza di genere (Tcherneva 2008). A questo proposito, le opere pubbliche possono fornire opportunità di formazione (on-the-job training); il coinvolgimento della comunità; lo sviluppo delle capacità; e la responsabilizzazione di coloro che sono emarginati senza distinzione di razza, classe o genere. I lavori pubblici possono essere utilizzati come programmi di profondo cambiamento strutturale e di trasformazione economica. Proposte come i Campi di Lavoro Verdi (la Green Jobs Corps - Forstater 2004) suggeriscono come programmi di lavoro pubblico possono servire come un veicolo istituzionale che fornisce infrastrutture ecologicamente sostenibili e di rinnovamento delle risorse in un modo organizzato e deliberato.

6. CONCLUSIONI

Questo documento ha sostenuto che le politiche di bilancio che non vengano indirizzate esplicitamente e direttamente a favore dei disoccupati non possono essere realmente chiamate veramente keynesiane, in quanto incapaci di raggiungere e di mantenere la piena occupazione, e tanto meno la garanzia di preservare buoni posti di lavoro per tutti. Mentre Keynes non ha fornito una sola ed esplicita dichiarazione di come tali politiche dovrebbero essere, in tutti i suoi scritti emerge un chiaro progetto a favore di un programma di lavoro “all’occorrenza” permanente e disponibile a tutti. Questo modello può essere utilizzato e sviluppato per rivisitare la politica fiscale che impiega non solo i lavoratori lasciati al margine, ma anche un potenziale umano per il raggiungimento specifico di obiettivi socio-economici, come lo sviluppo della città, quello ambientale e di rinnovamento, per la riduzione della povertà, la fornitura di servizi sociali essenziali, e molti altri simili. Nonostante le varie applicazioni di tali programmi, questi devono essere tutti guidati dal riconoscimento che il vero problema, fondamentale ma essenzialmente semplice, è quello di fornire lavoro a tutti. Per questo compito intellettuale sono necessarie convinzione ed intelligenza.


Fonte: http://www.posgrado.unam.mx/economia/avisos/6-Tcherneva-journal%20article3-ROSE.pdf

Traduzione: a cura dell'Area Traduzioni - CSEPI

Note:

i Il primo programma di Keynes consiste nella proposta di una unione di compensazione per la gestione delle valute internazionali dopo la seconda guerra mondiale.

ii Le definizioni di piena occupazione di economisti progressisti citati in questa fascia d'indagine partono da una condizione dove il tasso di disoccupazione ufficiale è tra il 4% all'1% e il 2% (Goldberg et al. 2007). Come questo saggio mostrerà in seguito, Keynes dava un margine molto più ristretto con meno dell'1% di tasso di disoccupazione (più sotto)

iii Questa affermazione non minimizza l'importanza del lavoro non retribuito o della priorità di uno rispetto all'altro. Piuttosto, riflette il fatto che il lavoro retribuito sia una condizione necessaria per la soddisfazione dei bisogni della società in un'economia capitalista che usa denaro. Per una discussione dettagliata sul significato sociale del lavoro, che sia retribuito o meno, cfr Figart e Traslochi (2007)

iv Bisogna chiedersi che tipo di libro sarebbe stato la Teoria Generale, se non fosse stata per l'insistenza di Roy Harrods per cui Keynes continuò a revisarlo ed organizzarlo considerevolmente.

v Vedere la sua corrispondenza con Meade (Keynes 1980: 318-323). Ciò esclude la maggior parte delle moderne riduzioni fiscali, sussidi al consumo, trasferimenti, oltre a varie proposte di dividendi sociali o garanzie di reddito di base.

vi Keynes stesso ha riconosciuto che la versione finale della Teoria Generale non ha prodotto una formula precisa delle sue proposte politiche preferite: '' Temo per i lettori. . . che non sarà possibile ottenere una chiara impressione di quello che dico o di quello che sostengo anche nell'ultimo capitolo del mio libro '' (Keynes 1979: 232, enfasi iniziale).