L’altro giorno guardavo distrattamente un documentario, per meglio intenderci si trattava di un classico National Geografic. Ad un certo punto si raccontava di un luogo molto impervio dove su una scogliera si agitavano delle scimmie aspettando che la marea si ritirasse per lasciare dietro di sé le ricchezze che il mare lascia quando si ritira. E le scimmie avevano imparato bene il meccanismo: quando la marea diminuiva lasciava dietro di sé molluschi ed altri regali preziosi con cui nutrirsi. Quindi si precipitavano su qualsiasi cosa fosse commestibile prima che la marea tornasse a risalire. Adesso, prima che pensiate che sia impazzito, mi spiego.

Ripensavo a quella scena come una metafora del contesto capitalistico in cui viviamo. Se la marea è lo stato e rappresenta tutti i settori di suo interesse, le scimmie rappresentano le grandi corporations private. Più si ritira la marea (lo stato), che regala vita e nutrimento, più lascia cibo alle scimmie (corporations) per banchettare. Ecco, questo è il vero motivo per cui gruppi di interesse si adoperano per convincerci che sia fondamentale per l’economia che lo stato si ritiri da settori strategici come acqua, sanità, energia, i quali diventerebbero terra di conquista per le grandi aziende private mondiali in cui fare grandi profitti, avendo già depredato di tutto ogni settore tradizionale. E per noi, poveri sudditi di “sua maestà il capitale”, non solo significherebbe un peggioramento dei servizi (o addirittura impossibilità di accedervi se non abbastanza ricchi), ma significherebbe anche dare a dei privati un controllo diretto e strategico in settori fondamentali. Se il settore bancario, diventato talmente grande da non potersi permettere nessuno stato il suo fallimento (too big to fail), costringe i governi a perdonare qualsiasi azzardo economico, immaginate che anche acqua, energia e sanità vengano assimilati allo stesso e diventino too big to fail. Immaginate che invece di titoli azionari tossici le major della sanità diffondano un farmaco tossico (cosa già peraltro avvenuta da parte di case farmaceutiche) e i governi, pur non approvando, si vedano costretti a dover salvaguardare il settore in quanto troppo strategico per l’economia nazionale o mondiale. Così come impuniti sono rimasti i protagonisti della grande scommessa bancaria dei derivati così resterebbero quelli della sanità privata. Da brividi, vero?

Possiamo facilmente comprendere che la sanità non dovrebbe sottostare ad alcun vincolo di ordine economico o di profitto. Stesso discorso varrebbe anche per i servizi sopra citati ed anche per la giustizia. Perché? Perché sono Principi fondanti la nostra civiltà e in quanto tali non sono assoggettabili a nessun elemento di ordine economico. Immaginate, ad esempio, che un giudice in giudizio emetta sentenza affermando “questo giudice riconosce la vostra lesione ma il risarcimento del danno è troppo costoso per le casse dello stato quindi non vi verrà riconosciuto” oppure che in ospedale vi rispondano “le probabilità che possiate sopravvivere sono troppo basse quindi troviamo sconveniente sostenere il costo della terapia che vi servirebbe, pertanto pregate il buon Dio”. Il diritto soccomberebbe di fronte alla convenienza economica e quindi in una economia privatistica il Principio sarebbe assoggettato al capitale.

Vi starete chiedendo del perché di questa lunga premessa. E’ presto detto. Ritornando al principio del discorso, più precisamente alla metafora della marea e delle scimmie, posso affermare che le major mondiali assicurative,ad esempio, sono da anni a lavoro per raggiungere questi scopi. Da una lato attraverso l’opera di persuasione su politici sempre meno preparati e sempre più facilmente manipolabili attraverso falsi miti circa la necessità di privatizzare e dall’altro facendosi trovare preparate per le privatizzazioni messe in atto dai governi. Io stesso ne ho avuto sentore allorquando, confrontandomi con un formatore di una grande società assicurativa, ai tempi della riforma Fornero, ebbi modo di scontrarmi circa la necessità di sottoscrizione dei giovani lavoratori di una previdenza complementare (“protezione” la chiamano, così il termine persuade meglio). Non ancora era in vigore la riforma e loro già erano pronti a partire con la propria offerta privata di previdenza. Certo non si tratta di pistola fumante dato che potrebbe semplicemente trattarsi di una corretta valutazione dei loro analisti che per lavoro cercano di anticipare le tendenze future. Ma tenendo presente tanti altri elementi in altri settori, i legami e gli intrecci tra politica, banche d’affari e grandi assicurazioni i dubbi rimangono. La storia si concluse che lasciai perdere dicendo che “solo perché lo stato si rifiuta di fare lo Stato non significa che io debba vendere questa m… alle persone ”. Ma questa è altra storia.

E la riforma costituzionale come si inserisce in questo discorso? Il referendum del 4 dicembre si inserisce nel contesto più ampio dell’Unione europea, dell’euro e della globalizzazione. Analizzare la riforma senza considerarne il contesto sarebbe come osservare un quadro tenendolo ad un palmo dal naso. La globalizzazione, soprattutto nel settore della finanza, in cui si esprime al massimo grado, ha fatto in modo che i derivati tossici sviluppati in America si siano diffusi in brevissimo tempo in Europa “infettando” il nostro sistema finanziario ed estendendosi all’economia reale. Come soluzione alla crisi economica le grandi istituzioni finanziarie ed economiche hanno proposto la religione dell’austerità, che non ha fatto altro che aggravare le cose in maniera esponenziale, rendendola strutturale, accompagnata dalle fatidiche “riforme strutturali”. Lo slogan circa la necessità di siffatte riforme ripetuto come un mantra in ogni talk show appare più come una tecnica di spin che come una precisa necessità economica. Di fatto non si sa molto di queste riforme salvifiche, se non che siano necessarie e dotate di proprietà particolarmente taumaturgiche per l’economia.

Proviamo allora a far luce su quali siano queste tanto invocate riforme strutturali. Stando alle dichiarazioni dei personaggi politici che più si vantano di aver fatto quanto necessario per risollevare le sorti dell’economia italiana, in particolare Mario Monti, Enrico Letta, Matteo Renzi, le riforme principali già adottate sono: inserimento del pareggio di bilancio in costituzione, abolizione dell’art. 18, riforma Fornero, riforma dei contratti di lavoro detta Job act, riforma del catasto, bail-in, riforma delle banche popolari, buona scuola, abolizione delle province, riforma della pubblica amministrazione, salva Italia (anticipo Imu e aumento base imponibile), legge elettorale italicum. Il tutto accompagnato da fortissimi tagli della spesa pubblica. Quindi teniamo ben presente che quando si parla di riforme strutturali si parla di tutto questo.

Adesso ognuno di voi, chi più, chi meno, ha potuto sperimentare nella propria esperienza quotidiana l’inutilità e la malvagità di ciascuna di queste riforme. Ed ognuno ha potuto comprendere quanto subdoli siano i titoli-slogan che gli vengono dati. Così, dopo le grandi aspettative di miglioramento e di risoluzione degli atavici problemi italici, si scopre che la buona scuola è un modo per creare liste infinite di aspiranti candidati e maestri servili; che il pareggio di bilancio significa tagli e privatizzazioni; che il job act, combinato all’abolizione dell’art. 18, significa precarizzazione dei contratti a tempo indeterminato; che il salva Italia significa contributo ai conti pubblici, quindi tasse, e per di più anticipate; che bail-in significa che i risparmi non sono più garantiti; che la legge Fornero significa dire addio alla pensione, a meno di non essere ultracentenari con buona salute; che italicum significa dittatura della maggioranza se non oligarchia.

Ed il referendum sulla riforma costituzionale si inserisce in tutto questo quadro generale. Serve a dare maggior potere ad una maggioranza relativa affinché possa portare avanti riforme di questo tipo ancora più velocemente e, soprattutto, senza che il parlamento possa modificare nulla o rallentarne l’iter. L’insieme di riforme interne e il ricatto internazionale significa di fatto consegnare all’Europa la sovranità popolare. Il governo in carica, chiunque esso sia, dovrà sottostare a quanto imposto dall’Europa anche perché con la riforma, tra qualche senatore in meno e qualche iter legislativo in più, viene inserito in Costituzione un preciso riferimento all’Unione europea le cui direttive vengono elevate a rango Costituzionale (il nuovo art. 117 recita “La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento dell’Unione europea e dagli obblighi internazionali”). Il che, di fatto, blocca, o almeno rende estremamente difficile, qualsiasi possibilità di ribellarsi al volere tecnocratico di Bruxelles. Inoltre sappiate anche che l’attuale art. 67 obbliga ciascun membro del Parlamento a rappresentare la nazione e senza vincolo di mandato (art. 67 attuale “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”) mentre il nuovo art. 67 cancella la rappresentanza nazionale (nuovo art. 67 “I membri del Parlamento esercitano le loro funzioni senza vincolo di mandato”), predisponendo di fatto una tutela politica dei futuri deputati contro l’accusa di fare il gioco delle istituzioni internazionali contro gli interessi italiani.

Votare NO significa evitare almeno che la situazione attuale da drammatica diventi disperata.

Votare NO significa opporre resistenza democratica e civile al tentativo dell’Unione Europea, per il tramite della grande maggioranza di deputati e senatori che stanno tradendo la carta Costituzionale, di avvicinare ulteriormente al nostro collo la spada di Damocle che già pende sulla nostra testa.

Votare NO è atto di ribellione all’oppressione europea.


Autore: Graziano Fresiello - CSEPI