Fortini, la mutazione e il surrealismo di massa (seconda parte)
di Daniele Balicco

Qui la prima parte: http://csepi.it/index.php/31-attualita/75-fortini-la-mutazione-e-il-surrealismo-di-massa

VI. Contenuto, forma e tecnologia

Di primo acchito, può apparire forse enigmatico il fatto che il mondo del capitalismo avanzato, sempre più organizzato e plasmato dal lavoro razionale delle macchine, utilizzi come narrazione più adeguata ai modi del suo sviluppo l’informe e debordante irrazionalismo nero, proprio di questa tradizione surrealista. Eppure, se i salti tecnologici vengono letti per quello che sono in realtà – e dunque non solo come risultato transitorio della concorrenza fra capitalismi in lotta fra loro, ma soprattutto come ininterrotta strategia di controllo e ortopedia del lavoro vivo – diventa chiaro che contenuti e forma della comunicazione mediatica dissimulano un’azione precisa: molto semplicemente, la loro prima funzione è quella di impedire che l’acculturazione di massa si trasformi, in strati sempre più estesi di popolazione, in comprensione politica del presente. E questa possibilità va scongiurata normando, fin dove è possibile, un’antropologia di massa non conflittuale. Del resto, se si ricorda che in Europa il potenziamento dell’industria culturale come induzione al consumo arriva attraverso il compromesso keynesiano, non sarà illecito leggere nella prima la ragione politica del secondo. Vale a dire, l’essere entrambi risposta capitalistica alla possibilità della rivoluzione in Occidente1.

A questo punto diventa chiara la ragione della sussunzione della corrente nera del surrealismo a scienza sociale del simbolico di massa: il suo culto della trasgressione vissuta come rifiuto individuale del presente è il progetto culturale che meglio può opporsi al modello latu sensu comunista di formazione critica del soggetto. Alla conquista di una coscienza comune dello sfruttamento capace di mettere a fuoco individuazione e totalità, la surrealtà nichilista oppone un’antropologia signorile e trasgressiva. Un soggetto che è capace di innalzarsi, contro la banalità della vita quotidiana, nell’estasi dell’arbitrio, del male e della violenza; ma che conosce anche molti modi di fuggire da un presente da cui si sente tenuto in scacco: per esempio nell’allucinazione stupefacente, nella regressione verso forme degradate di sessualità compulsiva, nella contemplazione mistica dell’esotico.

Sono questi tutti moti di diversione di una realtà solo apparentemente rifiutata che la comunicazione di massa farà propri e diffonderà, come ossigeno nell’aria, attraverso pubblicità e macchine video. Come è dunque evidente, la miscela che questo progetto culturale porta con sé è perfetta per convertire il conflitto politico, sempre potenziale, in innocua, per quanto distruttiva possa essere, trasgressione individuale.

Ma la tradizione surrealista non viene assimilata soltanto nei contenuti della comunicazione, ma soprattutto nella sua forma. Il suo insegnamento estetico, fatto di automatismi psichici e verbali, di sconnessione spazio temporale, di scardinamento logico del discorso, di estetizzazione dell’arbitrio, organizza ormai internamente la grande narrazione del capitalismo avanzato, che la impone ovunque in modo performativo. Si potrebbe forse sostenere che il surrealismo di massa è la compensazione simbolica della compressione spazio/temporale imposta, all’intero mondo, dal capitalismo finanziario di questi ultimi anni2; perché è l’unica vera grande narrazione capace di addestrare un’antropologia, di renderla progressivamente capace di abitare uno spazio e un tempo radicalmente mutati. Il surrealismo di massa agisce sulle forme di vita perché si impone per mimési coartata: attraverso il total flow – concetto coniato da Raymond Williams per definire il flusso continuo di immagini, parole, suoni, prodotto dal lavoro ininterrotto delle macchine mediatiche3 - il suo modello simbolico penetra ovunque; e senza fatica. La sua presenza ubiquitaria altera così le forme elementari della percezione, decentrando le facoltà sintetiche del soggetto ed estetizzandone le pulsioni.

Il suo linguaggio simbolico è efficace perché sabota la fatica e le mediazioni della logica diurna, mentre sollecita le pulsioni dell’inconscio, di cui sa parlare il linguaggio. Spostamento e condensazione, ma anche logica simmetrica, appartengono al surrealismo di massa come propria attrezzatura tecnica. Per questo la sua incorporazione nella comunicazione tecnologica colonizza l’inconscio: perché è un discorso che, proprio come quello dei sogni, revoca il principio di non contraddizione e le strutture della logica diurna. La sua forma fa sognare ad occhi aperti proprio perché è a-logica. Non chiede verifica, né giudizio, ma solo assimilazione. Il suo flusso ininterrotto scavalca così le difese della ragione. Non può essere avvertito come illogico o contraddittorio. Ma non può essere neppure percepito come debordante comunicazione intrusiva, estranea ed esterna al soggetto. All’opposto. Il suo successo deriva proprio dalla sua apparente familiarità, dall’illusione dell’immediatezza di cui si ammanta, dal suo essere cioè una comunicazione seducente, ed immediatamente comprensibile a tutti, perché simile ed interna ai movimenti non linguistici della mente del soggetto.

L’ultimo aspetto che Fortini considera di questa potente trasformazione della comunicazione umana è la tecnologia dominante che la diffonde: la macchina video. Il rapporto sociale, che si rifrange per sineddoche in questa forma tecnologica, testimonia, infatti, come non mai, della posizione che il soggetto, individuale e sociale, deve occupare di fronte alla totalità del processo produttivo a cui è sottomesso. È una posizione che forse non casualmente capovolge ancora una volta uno degli obiettivi storici della cultura socialista a cui Fortini appartiene: il «controllo delle macchine». Contro questa possibilità, e cioè che l’educazione politica formi un soggetto attivo capace di controllo e di comando su cosa, come e quanto produrre, la forma video oppone lo spettacolo, l’immobilità individuale e passiva di fronte alla riproduzione di una realtà resa inverificabile, perché allontanata, sottratta e capovolta in rappresentazione. È questa, come è noto, una diagnosi che, con infinite variazioni, Guy Debord espone magnificamente nella sua Società dello spettacolo4, libro di cui Fortini è lettore attento, anche perché non poche sono le consonanze teoriche con il suo pensiero5.

VII. Rispecchiamento e dissimulazione

Può essere interessante, avanzando di qualche anno, vedere come un altro lettore di Guy Debord, Fredric Jameson, porti alle estreme conseguenze questo tipo di ragionamento facendo perfettamente incrociare, pur senza una conoscenza diretta delle tesi di Fortini, surrealismo di massa e società dello spettacolo. In un capitolo del suo libro più famoso sull’età postmoderna, il cui titolo, surrealismo senza l’inconscio6, sembra proprio fare al caso nostro, Jameson mostra molto bene come la forma video incarni perfettamente lo Zeitgeist nel quale siamo immersi:

Ho inteso proporre l’idea che il video sia unico – e in tal senso privilegiato e sintomatico – perché è l’unica arte o medium in cui il luogo preciso della forma è costituito da questa fondamentale cesura tra spazio e tempo, e anche perché la macchina domina e spersonalizza in maniera unica soggetto e oggetto in pari misura, trasformando il primo in un apparato di registrazione quasi materiale per il tempo meccanico del secondo e dell’immagine video, del «flusso totale». Se si intende prendere in considerazione l’ipotesi che il capitalismo si possa periodizzare in base ai balzi in avanti o alle mutazioni tecnologiche medianti le quali reagisce alle proprie crisi sistemiche più profonde, allora potrebbe divenire un po’ più chiaro come e perché il video – così strettamente connesso al computer e all’informatica dominanti nella fase tarda, la terza, del capitalismo – possa a buon diritto dirsi la forma artistica par excellence del tardo capitalismo.7

Tutti gli scritti di Fortini di questi anni si muovono proprio contro la possibilità, ben avvertita, che il soggetto umano muti radicalmente trasformandosi appunto in un semplice «apparato di registrazione quasi materiale per il tempo meccanico» della comunicazione video di massa. Qui sta, infatti, il pericolo di fondo dell’attrazione magnetica che spinge, l’uno verso l’altra, razionalismo tecnocratico ed estetica surrealista: quello di essere attori gemelli di un indebolimento senza precedenti dell’Io. Solo apparentemente opposte, infatti, queste due tradizioni culturali si sovrappongono nel surrealismo di massa, oltre che per la comune matrice nichilista, soprattutto per il moto di sradicamento che impongono, come permanente rivoluzione delle tecniche razionali e dei linguaggi espressivi, alle forme comuni della vita quotidiana. E lo sradicamento, proprio come insegna Simone Weil in un lontano saggio tradotto da Fortini8, è la forma più potente e pericolosa di colonizzazione. Vale la pena di citare quasi per intero, dall’introduzione del 1977, il passaggio centrale di questo ragionamento:

i procedimenti fondamentali del Surrealismo […] sono penetrati tanto profondamente ed estesamente nella esperienza così detta quotidiana da dover essere considerati come la sola forma veramente corrispondente e conseguente alla mutazione tecnologica del nostro secolo. Nessuno nega che quella mutazione abbia operato e continui ad operare trasferendo la razionalità (e l’irrazionalità) scientifico-tecnologica in modi di essere mentali, atteggiamenti ideologici, criteri di valutazione; però, al livello delle percezioni sensibili e del codice delle immaginazioni e dei desideri […] i comportamenti mentali e linguistici che il Surrealismo ha indicato come valori ed ha organizzato (automatismi psichici e verbali, sovvertimento dei rapporti spazio-temporali, esaltazione dell’arbitrio eccetera) sono penetrati nella generalità dei nostri contemporanei soprattutto attraverso le strumentazioni dominanti, visive e verbali, del secolo; cioè la televisione e la pubblicità. La «verità» dell’universo tecnologico (di prodotti, profitti e merci) non consiste, oggi è chiarissimo, nella massificazione temuta dai pensatori e dagli utopisti della prima metà del secolo ma nel suo contrario, nell’onirismo e nell’immediatismo, che sono stati rivestiti di dignità etico-politica man mano che si introducevano nella percezione spazio-temporale del quotidiano.9

Nell’interpretazione di Fortini, il surrealismo di massa va dunque letto come «la solo forma veramente corrispondente e conseguente alla mutazione tecnologica del nostro secolo». Contro il senso comune scientifico, che da Max Weber eredita una lettura del progresso e della modernità come estensione della razionalizzazione ad ogni ambito della vita umana, Fortini oppone, ancora una volta, Marx e la sua analisi dello sviluppo del capitale come razionalizzazione irrazionale della società. Perché quello che i tardi anni Settanta rendono visibile è proprio lo scatenamento di questa contraddizione originaria. Con la sconfitta politica del lavoro, infatti, la logica dell’accumulazione può ormai avanzare pura, libera dai vincoli storici, politici, antropologici che, ancora un decennio prima, quanto meno in Italia, ne frenavano parzialmente il moto. E avanzando pura, nel suo inesausto tentativo di plasmare a propria immagine e somiglianza la società di cui si nutre, può ora dispiegare, sempre più chiaramente, la contraddizione di fondo che la muove.

Di quest’ultima, il surrealismo di massa è rispecchiamento oggettivo e insieme dissimulazione. Perché per un verso è l’effetto ultimo e combinato di una razionalità piegata a fini irrazionali; per un altro, è la forma simbolica attraverso cui questo moto di sviluppo autodistruttivo si dissimula. Strumento potente di seduzione e di controllo, il surrealismo di massa non a caso lusinga l’impotenza visionaria di un individualismo nichilista. Perché quello che oggettivamente la sua logica separa è proprio il rifiuto del presente, vissuto come libertà personale di trasgredire, dal concetto, accuratamente revocato, di giustizia sociale.

Qualora questi due piani distinti entrassero invece in cortocircuito, come accadrà in Italia, seppur in modo contraddittorio, con il movimento del ’77, la reazione dello Stato sarà durissima e mirata. Attraverso l’uso di ogni mezzo lecito e illecito, la ribellione sociale verrà progressivamente trasformata in un vero e proprio capro espiatorio. E una volta rimossa la dimensione politica, forzatamente fatta coincidere con terrorismo e insubordinazione violenta, l’individualismo trasgressivo lusingato dai media potrà definitivamente essere incoronato nei confini imprigionati del suo regno: il consumo.

VIII. Una frattura storica

Veniamo, dunque, all’anno di questa seconda introduzione che, come si è visto, esce proprio nel 1977. Va ricordato che, nello stesso anno, Fortini pubblica altri due volumi. Il primo, presso le edizioni Laterza con il titolo I poeti italiani del Novecento, è un saggio critico, con antologia di testi, sulla storia della poesia italiana contemporanea. Il secondo, che invece esce per Einaudi, si intitola Questioni di Frontiera ed è la sua terza raccolta di saggi politici, organizzata su un modello ormai collaudato di scrittura militante e critica della letteratura. E tuttavia proprio questo modello classico fortiniano, voluto e praticato come forma di lavoro intellettuale interno, anche se non organico, ad un movimento politico, verrà abbandonato proprio a partire da quest’anno.

Pur mantenendo costante uno sguardo saggistico capace di rifrangere nei pretesti la totalità del discorso politico, la scrittura di Fortini si organizzerà ora in due forme relativamente distinte e dominanti. Per un verso, infatti, Fortini sceglierà l’intervento giornalistico come critica del presente, proseguendo l’innovazione formale del genere inaugurata dall’ultimo Pasolini con gli scritti corsari e luterani. Insistenze ed Extrema ratio analizzano, anche se in modo più circostanziato, il problema che abbaglia, fino al delirio profetico, gli ultimi lavori dell’amato/odiato Pier Paolo: la mutazione dell’Italia. L’altro versante del suo lavoro vira invece, più decisamente, verso la teoria pura: saggi come Classico o la voce Letteratura per l’Enciclopedia Europea, mostrano un Fortini ormai quasi pacificato nel suo ruolo di teorico della letteratura e professore universitario; e tuttavia, letti insieme ai pezzi giornalisti coevi, questi stessi saggi scientifici rivelano molto chiaramente il presupposto politico che li muove: la ricerca di antidoti di fronte all’avanzare di quello che, anche ai suoi occhi, ormai appare come una vera e propria mutazione.

L’anno che simbolicamente segna il passaggio fra queste due diverse modalità - ben inteso: già presenti nel lavoro intellettuale di Fortini, ma ora dominanti – è il 1977. Per Fortini, questo è un anno che segna una frattura periodizzante. Lo può dimostrare, come esempio fra tanti, il titolo di un testo poetico compreso nella terza sezione di Composita Solvantur, che è la sua ultima raccolta di poesie pubblicata in vita, intitolato, emblematicamente: Italia 1977-199310. È una poesia su cui torneremo. Per ora basti notare che definisce l’inizio e la fine di un periodo storico, un quindicennio tutto sommato omogeneo, il cui punto di partenza è, appunto, il 1977. La poesia descrive la condizione sociale e politica di questi anni come tragica, bloccata e priva di soluzioni immediate. Da una parte, infatti, separate dall’Io poetico («ma voi senza parlare/mi rispondete») ci sono le nuove generazioni, il loro movimento di contestazione e la feroce reazione politica che su di loro si è scatenata:

Ma voi senza parlare

mi rispondete: «Non ricordi

quel ragazzo sfregiato

la sera dell’undici marzo 1971

che correva gridando

“Cercate di capire

questa sera ci ammazzano

cercate di

capire!»

La gente alle finestre

applaudiva la polizia

e urlava: “Ammazzateli tutti!”

Non ti ricordi?»

Dall’altra parte, senza alcuna possibilità di trasmissione di memoria e saggezza politica, c’è invece l’Io poetico, ora completamente isolato, che descrive con raccapriccio le forme di una contestazione radicale a suoi occhi insensata, autodistruttiva e priva di disegno:

Hanno portato le tempie

al colpo di martello

la vena all’ago

la mente al niente.

Per le nostre vie

ancora rispondevano

a pugno su gli elmetti.

O imparavano nelle cantine

come il polso può resistere

allo scatto

dello sparo.

L’Io poetico ammonisce i più giovani:

Compagni.

Non andate così.

Ma il suo invito cade nel vuoto. Se li riconosce come «compagni» di un movimento molto più grande, di cui anche lui stesso è parte, loro non lo possono fare. È avvenuto qualcosa che li ha separati, annientando il legame fra le generazioni. L’Io poetico può solo ricordare («Si, mi ricordo.») che le forme insensate di ribellione che quei ragazzi hanno scelto e praticano sono effetto, e non causa, di un moto di reazione che li sovrasta. Di qui l’antinomia: quello che appare in superficie come rifiuto radicale e violento del presente è in realtà un moto coatto di identificazione con l’aggressore.

IX. Rivoluzione passiva

Il divenire maggioritario di questo tipo di opposizione, su cui la poesia dispera, segna così la fine di un’intera stagione politica; e l’inizio di una nuova. Con la sua implacabile chiaroveggenza Fortini intuisce, infatti, che le nuove forme di contestazione, ben incarnate dal movimento del ’77, sono in realtà una trappola11, esattamente come, negli stessi anni, lo sarà la lotta armata. Perché sono forme politiche indotte, subite, escogitate anzitutto per creare un capro espiatorio capace di trasformare la reazione, fin qui ben riconoscibile nel suo amalgama di violenza militare, stragismo, crisi e ristrutturazione economica, in una vera e propria rivoluzione passiva. È come se l’Italia confermasse, infatti, ancora una volta, questo antico schema gramsciano: una trasformazione politica e sociale imposta con la violenza, per stabilizzarsi, deve essere capace di alzare il livello dello scontro, ma dissimulandolo. Deve essere capace, cioè, di invadere la vita quotidiana, di organizzare la cultura e l’immaginario; di conquistare, in poche parole, l’egemonia.

Tenendo fermo questo ragionamento, non stupisce che Fortini legga il modello di rifiuto del presente, che gli autonomi esibiscono, come una forma di individualismo trasgressivo contigua a quella prodotta in serie, negli stessi anni, dal surrealismo di massa. In fondo, la nuova contestazione non fa altro che declinare, anche se in modo vistosamente aggressivo, la medesima antropologia libertaria e nichilista. Come non pochi, del resto, sono anche i punti di contatto con la vecchia tradizione surrealista, di cui è inconsapevolmente figlia adottiva12.

In un articolo pubblicato sul Manifesto, e intitolato «Note per una falsa guerra civile», Fortini mostra molto chiaramente la genealogia di questa nuova contestazione. Proprio come il movimento di Breton, infatti, gli autonomi venerano la trasgressione come autenticità, l’informe come immediatezza, la vita sociale come flusso indistinto di poteri, sogni, desideri e azioni. Nella loro idea di emancipazione è come se si saldasse, in una sorta di cortocircuito, il fallimento della politica dei movimenti antisistemici, di cui però ereditano il concetto di giustizia sociale, e l’antropologia nichilista del surrealismo di massa. La loro pretesa secessione dal presente mostra così, nella contraddizione mascherata a cui è costretta, una verità storica. Può essere letta, infatti, come un’inconsapevole presa d’atto che le forme tradizionali dell’agire politico novecentesco sono ormai arrivate al capolinea.

Ed è proprio questa la ragione per cui il movimento del ’77 chiude un’intera stagione di lotte politiche e ne apre una nuova; che però della politica farà forzatamente a meno. Il suo anticonformismo, infatti, non potrà non opporsi al riflusso istituzionale di gran parte della nuova sinistra italiana nel Pci, dopo il 1976; così come poco potrà sopportare le forme caricaturali di organizzazione minacciosamente esibite dalla avanguardie extraparlamentari. Nello stesso tempo però, il concetto di giustizia sociale a cui gli autonomi non rinunciano, trasforma l’orizzonte individuale della trasgressione, a cui sarebbero destinati, in una forma di contestazione generale della società. Si potrebbe dire, in una battuta, che, per Fortini, quello dell’autonomia è un passo giusto, ma nella direzione sbagliata:

La più recente opposizione, area autonoma (erede di tutto un decennio «situazionista»), si fonda sul rifiuto di distinguere fra la sfera del sociale come immediatezza e del politico come mediazione-organizzazione. Ha compreso che da più di un secolo il volontarismo politico (giacobino, poi delle sètte) ha contraddetto quel consiglio di prudenza ai rivoluzionari che è il marxismo; che il genio di Lenin, il suo «tanto peggio per i fatti» ha avuto torto. Sa che l’organizzazione è una trappola. Vi ha veduto cadere tutte le formazioni nuove. Non vuole farsi identificare con un programma, un comitato, una sede. Vuole coincidere con il «movimento»: come se la vita fosse l’informe. È il suo tributo alle tragiche coglionerie delle avanguardie. È il sogno dell’illimitata adolescenza che torna a proporsi; come nel 1968 e con i medesimi pessimi maestri, i surrealisti che non volevano diventare adulti e sono solo invecchiati13.

Come si vede, il movimento del ’77 eredita dai surrealisti la medesima capacità, quasi epidermica, di percepire come errore irredimibile la deformazione burocratica che la tradizione comunista ha imposto alle forme dell’agire politico. Ma, come Fortini insegna, le tradizioni non scelte si subiscono. E dagli stessi maestri gli autonomi ereditano così anche l’errore di fondo. Vale a dire, una lettura ingenua della modernizzazione, di fatto incapace di riconoscere, nell’apologia dell’informe, del vitalistico e dell’immediatezza a cui induce, la sua vera logica disgregativa. Qui sta, come è ovvio, il fraintendimento più grave, nonché la sussunzione tragicamente prevedibile di questo tipo di contestazione in una forma di individualismo depotenziato a consumo:

Nelle pulsioni istintuali, nel desiderio – ma anche nei bisogni -, nella carenza di essere, nella vocazione a distruggere e a morire, piuttosto che nella negazione cosciente e critica è oggi tendenza corrente a identificare quella che Hegel ebbe a chiamare «l’immane potenza del negativo». E la «rivoluzione» sociale è affidata (o meglio: non è affidata affatto, se non a fior di labbra) a queste forze e pulsioni, alla razionalità, che si vorrebbe oggettiva e solo apparentemente irrazionale e cieca, dei «dannati della terra». Di qui agli attuali ideologi del desiderio dissidente il passo è breve. E tutto lo spazio lasciato alla gestione eternamente disumana della «vecchia» politica viene così occupato dal peggio.14

Dovrebbe essere chiara, a questo punto, la ragione profonda che spinge Fortini alla scrittura di questa seconda introduzione al Movimento Surrealista. Mentre ricostruisce i passaggi della sua metamorfosi da corrente d’avanguardia a forma di vita comune sotto il capitalismo finanziario, la sua analisi vuol mostrare l’ennesima, e forse più pericolosa, deformazione a cui è stata sottoposta quell’idea di soggetto politico, inteso come lavoro comune di emancipazione cosciente, così faticosamente costruita, anche grazie al suo lavoro, negli anni dei movimenti antisistemici. Deformazione che, inconsapevoli, le nuove generazioni ereditano, come chiaramente mostra il moto di contestazione che dall’anno di questa seconda introduzione prende il nome.

Il movimento del ’77, come si è visto, chiude un periodo storico, mimando i gesti di una tradizione che non conosce e che per questo non può correggere, né vendicare. Nello stesso tempo però, contro se stesso, inaugura una nuova stagione politica: la feroce repressione che subisce trasformerà, infatti, perfino quella vaga idea di giustizia sociale da lui ancora malamente difesa, in un rimosso culturale profondo e duraturo. Mentre le forme simboliche del suo individualismo libertario, dopo l’iniziale cortocircuito con una società ancora diffusamente politicizzata, torneranno a funzionare in modo corretto: vale a dire come semplice conversione tecnica del conflitto sociale in innocua trasgressione individuale.

X. La mutazione

Così finisce l’ultima incarnazione politica del movimento surrealista. E con la fine del movimento del ’77, si può sostenere, credo senza troppi problemi, che l’Italia entri definitivamente nella post-modernità. Nessun altro paese occidentale uscì dalla crisi dei lunghi anni Settanta mutando la propria fisionomia generale con un tale cumulo di violenza militare subita, di disgregazione sociale e di corruzione istituzionale:

Qualche volta penso a tutti quelli che da più di un decennio, ascritti alla criminalità politica, sono già condannati o in attesa di giudizio oppure di qualche legge d’oblio […]; penso a inquisiti e inquisitori; ai sospettati e ai loro fratelli; alle madri degli ammazzati; ai fermati e alle loro mogli; ai rilasciati e ai loro datori di lavoro; ai licenziati e ai loro delegati sindacali. Quanti sono! Dovete aggiungere, sia chiaro, tutti i settori e i gradi della amministrazione che si affaticano per le carte e i corpi di tutti costoro; e i magistrati, i poliziotti e i carabinieri assassinati e i loro figli e famiglie. E poi le folle dei giovani senza lavoro, dei cassintegrati che perdono il proprio passato e il mestiere, dei marginali che perdono l’orizzonte, dei drogati che conversano con il demonio: mai era stata nel nostro paese così densa e oleosa la spremitura sociale, ormai color pece, crescente, stabilizzata, accettata.15

E tuttavia non può neppure essere dimenticato che l’eredità vera di quella stagione di lotte va cercata, anche come espressione momentanea di un mutato rapporto di forze, in una profonda democratizzazione degli apparati ideologici dello stato (scuola, università, magistratura, fisco, polizia, ospedali, manicomi). Processo che può essere ben compendiato in due straordinarie conquiste legislative: lo Statuto dei lavoratori e la legge 180. Il problema, semmai, fu che quel moto di trasformazione, per precise ragioni e vincoli internazionali, non poteva superare un certo limite. Non poteva cioè raggiungere né i centri di comando della macchina dello Stato; e neppure i centri di selezione delle sue vere élite.

Nel periodo che va dal ’63 al ’73 si erano determinate nel nostro paese le condizioni perché una gran parte degli italiani politicamente attivi uscisse dai termini politici stabiliti dalle organizzazioni sindacali e politiche della sinistra storica, dominanti già nel ventennio successivo alla guerra. La classe politica dominante, quindi anche buona parte della classe politica della sinistra storica, ha combattuto quella realtà con tutti i mezzi, legali e illegali; dal terrorismo di stato allo sfruttamento di quello di altra origine, dalla provocazione ai normali metodi politici. Ciò nonostante la spinta fu così forte da determinare alcune fondamentali vittorie civili e da accettare di confluire nel ’76 in un voto di fiducia delle giovani generazioni al maggior partito della sinistra storica. La risposta è stata per un verso il terrorismo senza disegno politico, la degenerazione intellettuale e morale, la diffusione del cinismo e della droga, la politica di unità nazionale, la legislazione speciale, le stragi, i poteri occulti. A questo punto, chi condivida anche solo per sommi capi questo schema non può accettare di limitare il discorso a questa o a quella puntualizzazione storica. Capire indietro vuol dire capire avanti, avere dei reali progetti politici, avere la pazienza di spiegarli; mi rifiuto di rispondere a chi mi chieda di dare una valutazione morale di questo o di quel comportamento, perché l’esecrazione non è un giudizio né politico, né morale, è un atto di propaganda.16

Gli ultimi scritti di Fortini, quelli saggistici, ma - con i dovuti giochi di rifrazione propri del genere - in parte anche quelli poetici, possono essere interpretati come tentativi di trovare una ragione a questa sconfitta e al suo conseguente collasso sociale. Letti oggi molti dei suoi saggi appaiono come referti di un paesaggio devastato. Perché anche se ostinatamente invitano «ad un buon uso delle rovine»17 sottendono sempre uno sguardo tragico sul presente. Sono testi che ragionano a fondo su una sconfitta violenta. Ma ragionare a fondo su una sconfitta violenta significa anche assumersi la responsabilità politica degli errori commessi. E Fortini non era certo un ingenuo, né tanto meno un velleitario. Sapeva cos’erano i rapporti di forza e che una politica incapace di calibrarli era destinata, nella migliore delle ipotesi, all’irrilevanza. Per questo non era un minoritario per scelta, ma un militante che sapeva stare in minoranza. Ed è una cosa ben diversa.

Se cercò negli ultimi anni di capire le ragioni della sconfitta dei movimenti italiani, sapeva che una politica all’altezza del presente andava ripensata da capo, fin dalle radici. E il primo passo da fare, come sempre è stato nella sua rigorosa autoeducazione politica, non poteva che essere quello di attraversare le false immagini di Sé ora imposte dall’unica vera grande narrazione postmoderna: il surrealismo di massa.

Il surrealismo, amputato della sua utopia e speranza maggiore, si è dissolto, religio inferior, in una società divisa in se stessa, conferendo un codice e un linguaggio ad una delle due facce di quella società, e, quindi, una giustificazione all’altra e dominante, ossia la ratio tecnologica. La sua eredità deve essere assunta e a un tempo internamente e risolutamente consumata e mutata. Superare definitivamente il Surrealismo e il suo errore antropologico; l’avanguardia e il suo errore morale; l’utopia e il suo errore pseudo religioso: questi sono i compiti che troppo si è tardato ad adempiere e che non debbono più a lungo farci mancare l’esistenza.18

1 Il testo italiano che ha impostato l’interpretazione del keynesismo che seguo è: Aa.Vv., Operai e Stato: lotte operaie e riforma dello stato capitalistico tra rivoluzione d’Ottobre e New Deal, Feltrinelli, Milano 1972.

2 Per un’analisi dell’accumulazione capitalistica come movimento progressivo di compressione spazio/temporale il testo canonico è: D.Harvey, The Limit to Capital, Blackwell, Oxford 1982.

3 R.Williams, Television: Technology and Cultural Form [1974], Routdlege, London New York 2003 (tr.it Televisione, tecnologia e forma culturale. E altri scritti sulla TV, Editori Riuniti, Roma 2000).

4 G.Debord, La Société du Spectacle [1967], Edition Gallimard, Paris 1992 (tr.it La società dello spettacolo, Baldini Castoldi, Milano, 1997).

5 Il rapporto di Fortini con il situazionismo è complicato. Per un verso, la tradizione teorica a cui appartiene il gruppo di Debord e Vaneigem sembra proprio ereditare e rielaborare la sua medesima costellazione teorica: Hegel, giovane Marx, Freud, Lukàcs, attraversamento critico del surrealismo; comune è anche la capacità di attualizzare politicamente il pensiero dei classici, spesso giocando sull’effetto straniante che questo gesto attiva. Per di più, primo mentore del gruppo sarà Henri Lefebvre, un intellettuale che Fortini stima molto e di cui introduce, in italiano, il primo saggio tradotto per Einaudi (H.Lefebvre, Le matérialisme dialectique, Presses universitaires de France, Paris 1939 - tr.it Il materialismo dialettico, Einaudi, Torino 1947). Ciò che Fortini, invece, non può accettare dell’ipotesi politica situazionista è il suo rifiuto tragico del presente, il suo invito ad una secessione totale e priva di mediazioni politiche.

6 F.Jameson, Surrealism without Unconscious in Postmodernism cit., pp. 82-110.

7 Ivi, pp.90-91

8 S.Weil, L’enracinement. Prélude à une déclaration des devoirs envers l’être humain, Edition Gallimar, Paris 1949 (tr.it La prima radice. Preludio ad una dichiarazione dei doveri verso l’essere umano, Edizioni Comunità, Milano 1954).

9 MS2, pp.21-22

10 F.Fortini, Composita Solvantur, Einaudi, Torino 1994

11 A distanza di quarant’anni le intuizioni di Fortini sono state ampiamente confermate dalla letteratura storiografica, dal lavoro parlamentare della commissione stragi, dallo studio degli archivi NATO, ora parzialmente accessibili. Cito, di una bibliografia molto vasta, alcuni testi decisivi: Come studiare il terrorismo e le stragi. Fonti e metodi, (a cura di) C.Venturoli, Marsilio, Padova 2001; G.Fasanella, G.Pellegrino, C.Sestieri, Segreto di Stato. Verità e riconciliazione sugli anni di piombo, Sperkling & Kupfer, Milano 2008; U.Gentiloni Silveri, L’Italia sospesa. La crisi degli anni Settanta vista da Washington, Einaudi, Torino 2009; A.Burgio, Senza democrazia. Un’analisi della crisi, Deriveapprodi, Roma 2009.

12 La cultura di questo movimento, se osservata un po’ più da vicino, appare in realtà come un amalgama composito. Dal punto di vista politico, fanno scuola l’Autonomia e le sue forme di lotta (rifiuto del lavoro, guerriglia urbana, occupazioni di spazi pubblici e di case); ma un ruolo non secondario lo avranno pure il femminismo e il movimento di liberazione omosessuale. Per un verso, è una politica di contestazione aggressiva, violenta e talora contigua alla lotta armata; per un altro, è più simile al modello dei movements americani, vissuto come lotta, anche radicale, per la conquista dei diritti civili della persona. Di area anglosassone è anche la sua cultura dominante, soprattutto musicale. Basti pensare all’importanza che avrà la diffusione, proprio nel 1977, del British e dell’American Punk come suo specifico elemento di distinzione generazionale. A cui, per altro, contribuirà non poco l’esplosione del fenomeno delle radio libere. Ma saranno i raduni organizzati sul modello Woodstock, nel 1975 e nel 1976, dalla rivista Re Nudo al Parco Lambro di Milano, a conferire al movimento il suo stile più riconoscibile: vale a dire l’anticonformismo estremo vissuto come modello politico di emancipazione dell’individuo. Vale la pena indicare, sull’argomento, un volume collettaneo che ripercorre, in modo approfondito, la storia del movimento del ’77, seppur seguendo una linea interpretativa distante da quella di Fortini qui riproposta: Settantasette. La rivoluzione che viene, (a cura di) S.Bianchi – F.Caminiti, Deriveapprodi, Roma 2004.

13 F.Fortini, Disobbedienze, Manifestolibri, Roma 1997, I, p.168

14 MS2, p.18.

15 F.Fortini, Insistenze, Garzanti, Milano 1985, pp.263-264.

16 F.Fortini, Violenza e non violenza in Id., Non solo oggi. Cinquantanove voci, Editori Riuniti, Roma 1991, pp. 302-303.

17 Come ironicamente indica il sottotitolo della sua ultima raccolta di saggi politici: Id., Extrema ratio. Note per un buon uso delle rovine, Garzanti, Milano 1990.