Di Stephanie Bell-Kelton

(originale in Cambridge Journal of Economics, 2001, n. 25, pp. 149-163)

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1. Introduzione

Lo scopo di questo saggio è di analizzare in maniera più approfondita quella che numerosi economisti (ad esempio Minsky 1986; Foley 1987; Wray 1990) hanno interpretato come una piramide del debito, o come una “gerarchia della moneta”, e che esiste in tutte le economie moderne. Poiché a fondamento dell’analisi di questa “gerarchia” vi è una teoria della moneta, l’articolo comincia con una definizione e una discussione del modo in cui la moneta verrà trattata in questo saggio. Questa definizione verrà poi applicata ad un’analisi di due opposte teorie della moneta, quella Metallista e quella Anti-Metallista (o Cartalista), con l’obiettivo di determinare quale delle due si conformi ai requisiti della definizione di moneta che sarà avanzata. La teoria più compatibile sarà quindi utilizzata per descrivere la struttura e la composizione della gerarchia. In particolare, sarà la teoria Cartalista a venire utilizzata per spiegare perché le diverse forme di moneta vengono denominate in una particolare unità di conto, e perché all’interno della gerarchia alcune monete sono posizionate più in alto rispetto ad altre.

Il posizionamento della moneta dello stato al vertice della piramide, implica una stretta relazione tra «l’autorità fiscale che preleva le tasse da una parte, e la creazione di moneta dall’altra» (Goodhart 1997, p. 1). Tale relazione, quando viene mantenuta, consente (o quantomeno non preclude) l’attuazione di politiche fiscali anti-cicliche e può, come hanno sostenuto Wray (1998) e Kregel (1999), essere la chiave per mantenere la piena occupazione. Quando viene spezzata, però, come per esempio nel quadro dell’Unione Monetaria ed Economica Europea (EMU), la tradizionale connessione tra il Tesoro e la Banca centrale scompare, lasciando gli stati membri (anche in assenza dei limiti nei rapporti tra debito/Pil e deficit/Pil imposti dal Patto di Stabilità e Crescita) incapaci di finanziare ampi deficit anti-ciclici (Parguez 1999). Sebbene dall’analisi contenuta in questo saggio derivino queste ed altre importanti implicazioni politiche, l’obiettivo del presente articolo è quello di delucidare una fondazione teorica per l’interpretazione della “gerarchia” sottostante a questi studi.

2. La definizione di moneta

Gli economisti si sono cimentati per secoli con il concetto di moneta. Per alcuni la moneta è un fenomeno complicato, difficile da definire, e che, nella sua forma moderna, sembra quasi impossibile da spiegare. Dopotutto, che cos’è la moneta? Un numerario, un mezzo di scambio, una riserva di valore, un mezzo di pagamento, un’unità di conto, una misura della ricchezza, un semplice debito, una forma differita di altruismo reciproco, un punto di riferimento per l’accumulazione, un’istituzione, o una combinazione di tutte queste cose? E’ importante cominciare affermando un po’ arditamente il modo in cui la “moneta” sarà definita in questo saggio: la moneta è credito (Innes 1913). Essa rappresenta una relazione di debito, una promessa o un’obbligazione, esistente tra due esseri umani, e non può essere identificata prescindendo dal suo uso istituzionale. Essa esprime una relazione sociale (Foley 1987; Ingham 1996), e sarà considerata, seguendo Keynes (1930), Minsky (1986) e Wray (1990), come un’operazione contabile a due lati1.

Perciò, la creazione di moneta influenza sia il lato dell’attivo che quello del passivo. Dal momento che abbiamo definito la moneta come un credito, per chiarezza dovrà essere definito anche quest’ultimo. Innes ci fornisce una definizione di credito priva di ambiguità, per quanto succinta:

«Esso è semplicemente il corrispettivo del debito. Ciò che A deve a B è il debito di A verso B e il credito di B nei confronti di A. A è il debitore di B e B è il creditore di A. Le parole “debito” e “credito” esprimono una relazione giuridica tra due parti, ed esprimono la medesima relazione giuridica vista da due parti opposte. Quindi ... che venga usata la parola credito o la parola debito, la cosa di cui si parla è esattamente la stessa in entrambi i casi, e verrà adoperata l’una o l’altra parola a seconda del fatto che si stia guardando la situazione dal punto di vista del creditore o di quello del debitore ... La moneta è credito e nient’altro che credito» (Innes 1913, p. 392).

E’ perché la moneta è allo stesso tempo un attivo (un credito) e un passivo (un debito) che viene considerata un’operazione contabile. Anche Keynes ha seguito questo approccio, notando che «[una] moneta di conto viene alla luce insieme ai debiti, che sono contratti di pagamento differito, e ai listini dei prezzi, che sono offerte di contratti di vendita o di acquisto» (1930, p. 3). Quindi, la moneta (o, che è lo stesso, un credito e un debito) viene creata nel momento in cui un compratore (debitore) e un venditore (creditore) entrano in un contratto a termine. La moneta rappresenta una promessa o un pagherò detenuto come attivo dal creditore e come passività dal debitore. La creazione di moneta, quindi, è semplicemente quell’operazione di bilancio che registra questa relazione sociale.

Minsky notava con sicurezza come non ci sia niente di particolare o di elusivo riguardo alla moneta. Di fatto, diceva, «chiunque può creare moneta; il problema sta nel farsela accettare» (1986, p. 228). Sebbene sia certamente vero che chiunque può creare moneta, è in una certa misura fuorviante dire che il problema sta nel farsi accettare la moneta. Questo perché, in base alla concezione secondo cui la creazione di moneta è un’operazione contabile a due lati, la moneta non può esistere fino a che non avviene l’accettazione. Vista in questo modo, un’offerta di entrare in un rapporto debitorio (cioè di aggiungere una passività in un bilancio) non si materializza sotto forma di moneta finché un’altra parte non acconsente a detenere quella passività (cioè ad aggiungerla al lato delle attività del suo bilancio). E’ più preciso quindi dire che chiunque può fare una promessa o un’offerta di indebitamento, ma che il “problema” sta nel trovare qualcuno disposto a diventare creditore (cioè a detenere quella promessa o quel debito).

Applichiamo adesso l’idea che la creazione di moneta richiede l’accettazione del debito di qualcun’altro alle due teorie della moneta, allo scopo di individuare quale delle due teorie si conforma all’elaborazione della moneta in quanto fenomeno contabile a due lati.

3. Metallisti vs Cartalisti

Nella storia del pensiero economico non sono mai mancate le controversie riguardo al ruolo e alla natura della moneta. Nel corso dei secoli XVI e XVII, i Metallisti e gli Antimetallisti, o Cartalisti, hanno aperto la strada ai successivi dibattiti tra le diverse scuole di pensiero dei secoli a venire2. I Metallisti e i Cartalisti sono giunti a conclusioni marcatamente diverse, prima di tutto in conseguenza delle loro «differenti concezioni della portata e del metodo dell’economia» (Ingham 1996, p. 511). Queste differenze possono essere rintracciate, quasi sempre, nella distinzione tra un’analisi “reale” e un’analisi “monetaria”. Schumpeter ha descritto l’analisi reale come:

«[procedente] dal principio che tutti i fenomeni essenziali della vita economica sono suscettibili di venire descritti in termini di beni e servizi, di decisioni riguardo ad essi, e di relazioni fra loro. La moneta entra nel quadro solo nel modesto ruolo di dispositivo tecnico che è stato adottato allo scopo di facilitare le transazioni. Questo dispositivo può senza dubbio dare origine a un ordine, e se lo fa essa produrrà di fatto fenomeni che sono attribuibili specificatamente al suo modus operandi. Ma fintanto che funziona normalmente essa non influenza il processo economico, il quale si comporta nello stesso modo che se si trattasse di un baratto» (Schumpeter 1954, p. 277).

L’analisi monetaria, al contrario, è caratterizzata come:

«In primo luogo, [una] negazione della proposizione che, con l’eccezione di quello che possiamo chiamare disordine monetario, l’elemento della moneta è di secondaria importanza nella spiegazione del processo economico del reale ... [e] ... In secondo luogo ... [un abbandono] dell’idea che tutte le caratteristiche essenziali della vita economica possano essere rappresentate da un modello di economia di baratto» (Id. p. 278)

Ora, sebbene si possa sicuramente connettere gli scritti di molti Metallisti al tipo di analisi cosiddetta “reale” descritta sopra, ciò che colloca un teorico nella tradizione Metallista non è una predilezione per l’analisi “reale”, quanto piuttosto l’aderenza ad una particolare teoria della moneta.

Iniziamo dalle due proposizioni principali incorporate nella teoria della moneta propugnata da Aristotele. Primo, la moneta, sebbene possa in seguito risultare utile per altre funzioni, è immaginata nascere sotto forma di un mezzo di scambio. Lo scambio, si sostiene, è stato in origine condotto sulla base del baratto, in cui gli individui barattavano i propri beni nell’apposito luogo locale, e tentando di scambiare ciò che avevano portato con ciò che volevano3. In questo modo, lo scambio avrebbe richiesto la famosa, “doppia coincidenza dei bisogni”, così che lo scambio tra le due parti poteva avere luogo solo se ognuno dei due soggetti era disposto a scambiare quello che possedeva per quello che veniva offerto dall’altro4. Si dice quindi che la moneta sia emersa spontaneamente all’interno del settore privato allo scopo di eliminare alcune delle inefficienze del baratto, e si afferma, perciò, che la società si è messa d’accordo su qualche mezzo di scambio chiamato moneta allo scopo di mitigare i costi di transazione associati al baratto5.

Secondo, allo scopo di ottenere la funzione di mezzo di scambio, la cosa scelta da usare come moneta deve essere «una cosa che è utile e che ha un valore di scambio indipendentemente dalla sua funzione monetaria» (Schumpeter 1954, p. 63); si suppone, cioè, che la società abbia istituito una moneta metallica (generalmente d’oro o di argento) in modo tale che la moneta abbia avuto valore (intrinseco)6. Non è, però, sempre chiaro se i metalli preziosi scelti per fungere da mezzo di scambio fossero in uno stato “non-lavorato” o se fossero stati invece battuti/coniati. Molti teorici pensano che gli scambi che utilizzavano metalli non lavorati siano stati estremamente rari, a causa della difficoltà che comportava identificare la qualità e la quantità del metallo (Goodhart 1997). Questo problema dell’”identificabilità”, argomentano questi ultimi, significava che di solito una moneta-merce necessitava di un marchio o una garanzia prima che esso potesse circolare diffusamente7. Il contributo di Aristotele alla teoria della moneta presentata finora è evidente nell’affermazione seguente:

«Per facilitare gli scambi si convenne di dare e di accettare un qualche cosa che fosse utile esso stesso ... Infine ... imprimendole un segno in modo tale che potesse dispensare dal doverla misurare; e che servisse da marchio indicante la quantità» (citato in Goodhart, 1996, Appendice B)

Tuttavia, nel leggere la posizione dei Metallisti, non è sempre chiaro chi di fatto svolgesse questa funzione di coniazione – istituzioni e individui privati o il sovrano e il settore pubblico – per quanto molti attribuiscano allo stato un ruolo limitato. Per esempio, è stato suggerito che la moneta scelta dalla società è o sancita ex-post dal governo (Menger 1892) o che essa in qualche modo evolve nella moneta emessa dallo stato (Barro 1990). Le domande riguardo al ruolo giocato dallo stato nello sviluppo della moneta continuano ancora oggi (ad es. Kiyotaki e Wright 1987), con argomenti che suggeriscono che gli individui privati, motivati dal desiderio di minimizzare i costi di ricerca, possano sviluppare senza lo stato una moneta da utilizzare nell’economia.

Tralasciando la questione di chi è il soggetto che svolge la funzione di coniazione, il punto importante rimane lo stesso: è la segnatura, o la coniazione, del metallo prezioso ad aver risolto il problema “dell’identificabilità” e ad aver consentito alle monete metalliche di circolare più diffusamente come mezzi di scambio. E inoltre, ogni sanzione da parte dell’autorità dello stato si sarebbe limitata ad una “codificazione ex-post dei costumi sociali” (Laidler 1987, p. 21). Perciò gli stati hanno potuto incoraggiare la continuazione dell’uso del metallo assicurando l’integrità dei metalli preziosi (la qualità e la quantità del metallo), ma il loro potere si sarebbe limitato a sostenere la volontà dei soggetti privati di adottare una particolare moneta-merce. Si sostiene, in altre parole, che le monete metalliche fossero accettate perché erano esse stesse merci preziose, con certe proprietà8 che le rendevano un mezzo di scambio conveniente, e non a causa di qualche influenza o incoraggiamento da parte dello stato. Nonostante questa teoria incorpori due proposizioni principali, solo l’ultima identifica necessariamente la visione Metallista. La teoria Metallista, quindi, suggerisce che «la merce monetaria opera in base al peso e alla qualità allo stesso modo delle altre merci» e che il marchio gli viene impresso solo per la convenienza «di risparmiarsi il problema di doverla pesare ogni volta, ma ... non è la causa del suo valore» (Schumpeter, 1954, p. 63).

La transizione all’uso delle monete con basso o nullo contenuto di metallo prezioso o alle carte rappresentanti i contratti tra il portatore e una banca o lo stato, hanno portato Menger a chiedersi perché «tutte le unità economiche di una nazione dovrebbero essere disposte a scambiare i propri beni per quel piccolo disco di metallo apparentemente inutile di per sé, o per dei documenti che rappresentano quest’ultimo» (Menger 1892, p. 239). La visione Metallista si è adattata facilmente all’uso di merci non “pure” o alla moneta cartacea. Essa afferma, ad esempio, che le monete metalliche “impure”, possono venire sostituite alla moneta-merce perché è comunque la loro garanzia metallica che ne permea il valore.

Analogamente, la moneta cartacea bancaria o dello stato, nel quadro di uno standard metallico, verrebbero accettate in ragione della sua garanzia in oro o in argento. Per questo i Metallisti mantengono la struttura logica di base della loro analisi, stabilendo un legame tra queste monete (fiduciarie) e i metalli preziosi (Ingham 1996). Quando, di volta in volta, i governi sospendono la convertibilità, e le monete cartacee continuano a sostituire la moneta-merce, i Metallisti affermano che la moneta mantiene il suo valore perché le persone si aspettano che la convertibilità venga in seguito ripristinata.

Il prossimo passaggio pone più di un dilemma alla teoria Metallista (e a molti moderni teorici monetari). In particolare, l’eliminazione di una garanzia metallica sembra aver rubato alla moneta cartacea il suo valore. Nel senso che, mentre «il valore della moneta-merce può sembrare derivare da quello della merce di cui è fatta, o da quella in cui è convertibile, e il valore della moneta-credito da quello degli attivi che la garantiscono, ... nessuno di questi fattori sembra spiegare il valore della moneta fiat» (Laidler 1987, p. 20). Perciò, si pensa che le persone detengano moneta-merce come «un mezzo di scambio che abbia anche un utilizzo come bene di consumo o come input produttivo, almeno potenzialmente», laddove la moneta fiat è invece «un mezzo di scambio che non verrà mai usato come bene di consumo o fattore produttivo» (Kyotaki e Wright 1987, p. 5). Il fatto che la comunità continui ad accettare una moneta cartacea priva di valore intrinseco anche dopo l’eliminazione di una standard metallico lascia ai Metallisti/Monetaristi un problema da spiegare.

Probabilmente la “soluzione” più famosa è quella che viene da Walras, il quale ha suggerito che la moneta potesse essere ridotta a un puro numero, il numerario. La moneta può quindi essere vista come nient’altro che una rappresentazione o un simbolo dei beni “reali”, e di cui l’origine e l’evoluzione sono considerate irrilevanti9.

In quanto numerario la moneta viene inserita nell’analisi soltanto per permettere ad un “banditore” di annunciare i prezzi (numeri monetari) allo scopo di condurre il mercato al punto di equilibrio al quale “fa pulizia”. L’obiettivo, sembra, era quello di mantenere “l’integrità” dell’analisi “reale” nonostante, come nota Clower, i numerosi problemi legati a tali tentativi di «giustificare la detenzione di moneta invocando un qualche tipo di costo di transazione» (Clower 1999, p. 407).

Gli Anti-Metallisti, o Cartalisti, non erano soddisfatti della pretesa dei Metallisti di far derivare il valore della moneta dal suo contenuto di metallo prezioso (o dalla sua copertura). Interessati primariamente alle monete bancarie o di stato, i Cartalisti hanno cercato di scoprire la fonte del valore in qualcosa che fosse più che la semplice rappresentazione della moneta di metallo prezioso. La teoria Cartalista non vede la moneta come una merce con un valore di scambio, che si differenzia poco o punto da qualsiasi altra merce. Per cui, a differenza della visione Metallista, la prospettiva Cartalista non si preoccupa in modo particolare della funzione di mezzo di scambio della moneta; la teoria Cartalista, al contrario, tenta di svelare le proprietà essenziali della moneta in quanto unità di conto e mezzo di pagamento. A tal fine la teoria Cartalista è interessata alle origini storiche e sociali della moneta e, a differenza della visione Metallista, fornisce una teoria della moneta non basata sul mercato. Passiamo quindi ad esaminare la teoria Cartalista della moneta.

Nel quadro della visione Metallista lo stato ha una posizione di secondo piano rispetto al mercato10. La teoria Cartalista, invece, colloca lo stato al centro della scena. Nello specifico, i Cartalisti riconoscono il potere dello stato di chiedere che certi pagamenti vengano diretti nei suoi confronti, e di determinare il mezzo con cui questi pagamenti devono venire effettuati. La teoria Cartalista ha una lunga storia, che risale probabilmente a Platone (Schumpeter 1954), ma chiaramente riconosciuta almeno da Adam Smith, il quale scriveva che:

«un principe il quale decretasse che una certa quota delle sue tasse deve essere pagata in cartamoneta di un certo tipo, potrebbe in questo modo attribuire un certo valore a questa cartamoneta» (Smith 1937, p. 312).

Ciò che a un primo sguardo potrebbe apparire banale è invece, ad un ulteriore riflessione, estremamente perspicace. In un colpo solo Smith sembra aver risolto un paradosso che i Metallisti non sono stati capaci di affrontare in modo convincente. Il paradosso che chiede: perché un pezzo di carta senza valore continua a circolare?

Ricordiamo che i primi Metallisti facevano risalire il valore della moneta al suo contenuto o alla sua copertura in metallo prezioso, ma che la moneta moderna (moneta bancaria o statale non convertibile) non offre una base di questo tipo per il suo valore. La soluzione al paradosso, come riconosce Smith, sta nel fatto che la cartamoneta non è senza valore! Il suo ragionamento, però, non colma semplicemente una lacuna nel pensiero Metallista; si tratta di una concezione fondamentalmente differente circa la fonte del valore di un certo tipo di moneta. Sopratutto, la spiegazione di Smith, diversamente da quella dei Metallisti, può essere applicata in maniera altrettanto convincente qualunque sia il mezzo di pagamento con cui le tasse (o altri pagamenti verso lo stato) devono essere pagate, sia esso moneta fiat, cartamoneta coperta da metallo prezioso, o moneta-merce. Qualunque cosa il principe dichiara che accetterà in pagamento delle tasse, verrà immediatamente intrisa di valore per il fatto che essa sarà richiesta come mezzo per assolvere la passività fiscale. Perciò, anche indipendentemente da qualunque proprietà o funzione intrinseca essa possa servire a soddisfare, il valore di questo tipo di moneta dipende dalla sua utilità per pagare le tasse o altre passività nei confronti dello stato. Nonostante la precedente citazione sia chiaramente coerente con la visione Cartalista, Smith non ha sviluppato la teoria in nessuno dei suoi scritti (e probabilmente non ha apprezzato appieno le implicazioni del suo ragionamento).

La teoria Cartalista, nella sua forma più generale, è stata probabilmente descritta al meglio nel lavoro di George Knapp del 1924, The State Theory of Money. Come suggerisce il titolo, lo stato gioca un ruolo centrale nello sviluppo e nell’affermarsi della moneta. L’esposizione di Knapp non è facilmente riassumibile a causa del complesso sistema di neologismi che egli aveva coniato per la sua analisi. La sua intuizione fondamentale è comunque facilmente esprimibile: «la moneta di uno stato è ... quella che viene accettata dagli uffici tributari pubblici» e che «lo standard non viene scelto in base ad alcuna proprietà dei metalli» (Knapp 1924, p. viii). La posizione di Knapp si oppone quindi direttamente a quella dei Metallisti. Per lui, lo stato determina la moneta dell’economia dichiarando cosa esso accetterà in pagamento nei propri confronti. Perciò, mentre i Metallisti depotenziavano lo stato, subordinandolo al potere del mercato, Knapp afferma che lo stato è la forza centrale dello sviluppo di un sistema monetario. Come il principe di Smith, lo stato può far diventare accettabile in maniera generalizzata qualsiasi cosa esso scelga (monete metalliche, cartamoneta garantita da qualche metallo o moneta inconvertibile) dichiarando che la accetterà presso gli uffici tributari statali. Ciò che rende una valuta valida in quanto moneta è una dichiarazione da parte dello stato che essa verrà accettata presso i suoi uffici per i pagamenti; ciò che la rende accettabile agli occhi dei suoi cittadini è la sua utilità per assolvere a queste passività.

Knapp ha definito la moneta un «un mezzo di pagamento cartaceo», il contenuto metallico del quale era «irrilevante per la sua validità» (Ibid., pp. 31-8). La parola “Chartal” deriva dalla parola latina “Charta” che ha il significato di un “biglietto”, un “gettone”, una forma “cartacea” (Ibid., p. 32). E’ quindi dal latino “charta” che la moneta “cartale’” e la teoria Cartalista derivano il loro significato11. Knapp ha spiegato il processo mediante il quale un “biglietto” o un “gettone” diventano moneta cartale:

«quando lasciamo i nostri cappotti nel guardaroba di un teatro, riceviamo un piccolo dischetto di una misura stabilita che reca sopra un segno, probabilmente un numero. Non c’è nient’altro sopra, e tuttavia questo biglietto o contrassegno ha significato legale; è una prova del fatto che sono autorizzato a richiedere indietro il mio cappotto. Quando spediamo delle lettere attacchiamo un marchio o un foglietto che dimostra che avendo pagato l’ufficio postale abbiamo ottenuto il diritto a che le lettere vengano consegnate» (Knapp 1924, p. 31).

La caratteristica definitoria dei mezzi di pagamento cartali, «che siano monete metalliche o documenti cartacei» è che «essi sono “gettoni-per-pagare” o biglietti utilizzati come mezzi di pagamento» (Ibid., p. 32). Il gettone del guardaroba e il francobollo, al pari della moneta dello stato, acquisiscono la loro validità mediante la virtù della dichiarazione. Il fruitore del guardaroba dichiara di accettare il gettone in cambio del cappotto che gli ha lasciato in custodia; il servizio postale dichiara di accettare la busta affrancata in cambio del suo servizio di consegna; e lo stato dichiara di accettare una ben determinata forma di valuta in cambio dell’eliminazione di certe passività. Il gettone del guardaroba, il francobollo e la moneta sono mezzi Cartali di pagamento a cui «un ordine legale dona un uso indipendente dal materiale di cui sono fatti»12.

Ciò non significa suggerire che lo stato non si sia preoccupato affatto del contenuto metallico delle monete in circolazione. Quando, per esempio, circolavano le monete d’oro e di argento, esse talvolta venivano “tosate”o “raschiate”, riducendone il contenuto metallico; il metallo raschiato poteva poi essere portato alla zecca e coniato. Al che lo stato reagiva disegnando delle monete seghettate per prevenire la tosatura. Per capire come mai lo stato si opponesse alla tosatura delle monete di metallo prezioso, dobbiamo capire che l’obiettivo della tassazione era di far sì che le persone lavorassero e producessero per lo stato. Lo stato, cioè, voleva ponti, eserciti ecc., e faceva in modo che il settore privato li producesse imponendoli delle tasse. Per pagare le tasse, il settore privato doveva acquisire la moneta dello stato. Tosando la moneta, quindi, l’oro poteva essere riportato alla zecca, coniato e scambiato come corrispettivo dell’unità di conto allo scopo di ridurre la propria passività fiscale. In tal modo la comunità sarebbe stata in grado di onorare le proprie passività fiscali nominali producendo meno per lo stato13. Perciò lo stato controllava il grado in cui l’oro coniato poteva essere utilizzato per ridurre le passività fiscali.

Quando per esempio lo stato annunciava che avrebbe accettato l’oro coniato in pagamento delle tasse, lo stato doveva annunciare anche un prezzo nominale per la conversione dell’oro. Lo stato, cioè, doveva dire ai suoi cittadini quante delle loro passività fiscali nominali l’oro poteva eliminare. Lo stato poteva annunciare che un’oncia di oro coniato avrebbe eliminato 35 dollari di passività fiscali di un qualsiasi cittadino. La moneta metallica, con su marchiato “una oncia” o “35 dollari”, nel momento in cui sarebbe stata presentata all’ufficio tributario dello stato avrebbe ridotto le passività fiscali nominali di 35 dollari, a prescindere dal suo peso. Era quindi l’accettazione al tasso di conversione stabilito, e non il contenuto di metallo prezioso, che determinava la sua validità come mezzo di pagamento agli uffici di paga dello stato14. Knapp, quindi, contestava la visione Metallista dal momento che si era reso conto che la moneta dello stato non trae il suo valore dal suo contenuto o dalla sua copertura metallica; esso deriva dallo stato ed è indipendente da qualunque esigenza di avere un mezzo per condurre i propri scambi privati15. Per Knapp «[la]moneta significa sempre mezzo “cartale” di pagamento» ed è sempre un fenomeno nominale (non “reale”) (Ibid., p. 38).

Keynes venne influenzato dalla teoria della moneta statale di Knapp. Egli inizia, infatti, il primo capitolo del ‘Trattato sulla moneta’ basandosi in larga parte sul lavoro di Knapp. Come Knapp, egli era interessato prima di tutto alla moneta in quanto unità di conto e mezzo di pagamento. La moneta di conto, diceva, era «quella in cui i debiti, i prezzi e in generale il potere d’acquisto, sono espressi ... [mentre] ... la moneta in senso proprio è quella consegnando la quale i contratti di debito e di prezzo vengono pagati» (Keynes 1930, p. 3). Keynes, di nuovo come Knapp, riconosce il potere dello stato di determinare la moneta dell’economia, definendolo un «diritto ... rivendicato da tutti gli stati moderni e che è stato rivendicato in questo modo da circa 4000 anni almeno» (Ibid., p. 4). Sia per Keynes che per Knapp la proclamazione (o, nella terminologia di Keynes, la “dichiarazione”) da parte dello stato, determina la moneta del sistema economico. Keynes notava che :

«si giunse all’era del cartalismo o della moneta di stato allorché lo stato reclamò il diritto di dichiarare che cosa dovesse corrispondere come moneta alla corrente moneta di conto; quando cioè reclamò non solo il diritto di imporre l’osservanza del dizionario ma anche il diritto di scriverlo. Ad oggi tutta la moneta civilizzata è, indiscutibilmente, cartalista» (Keynes, p. 4)

Lo stato, quindi, determinava sia l’unità di conto che il mezzo di pagamento, o la “cosa” che avrebbe “risposto” ai debiti denominati nell’unità di conto (Ibid., p. 4-5).

Arriviamo infine a Minsky. Al pari di Smith, Minsky non ha trattato in dettaglio la teoria Cartalista, essendo interessato prima di tutto alla creazione di moneta al fine di finanziare le posizioni in capitale e, quindi, a focalizzarsi principalmente sull’uso di moneta bancaria per finanziare l’acquisto di beni di investimento. Ma nonostante tale interesse primario, in Minsky è possibile trovare sostegno per la tesi fondamentale della teoria Cartalista (che il valore della moneta statale deriva dal suo utilizzo per i pagamenti di certe passività verso lo stato):

«In un’economia in cui il debito dello stato è uno degli attivi più importanti nei bilanci delle banche che emettono depositi, il fatto di dover pagare le tasse è ciò che da valore alla moneta di quell’economia ... La necessità di pagare le tasse significa che le persone lavorano e producono allo scopo di acquisire ciò con cui poter pagare le tasse» (Minsky 1986, p. 231).

Riconoscendo che i soggetti avranno bisogno di acquisire i mezzi con cui regolare le proprie passività con lo stato (qualunque forma tale mezzo di pagamento possa prendere), Minsky fornisce una motivazione per la creazione di moneta. Se, per esempio, lo stato dichiara che accetterà la propria valuta in pagamento delle tasse, gli individui accetteranno la valuta dello stato ed essa diventerà moneta. Perciò, in conformità con la definizione di moneta che abbiamo dato nella Sezione 2, la creazione di moneta comporta l’accettazione del debito di un altro. In questo caso i soggetti privati acconsentono a detenere il debito dello stato, e la valuta dello stato diventa moneta. Come tutta la moneta, la creazione di moneta statale influenza entrambi i lati di un bilancio; in quanto attivo per il singolo cittadino (in quanto credito fiscale) la moneta dello stato è al contempo una passività nel suo bilancio (una promessa di accettarla indietro in pagamento delle tasse e di altre passività verso lo stato).

In sintesi, Smith, Knapp, Keynes e Minsky hanno riconosciuto il potere dello stato di richiedere determinati pagamenti ai propri cittadini (tasse, sanzioni ecc.); nonché il suo potere di determinare sia l’unità di conto in cui queste passività vengono denominate, che i mezzi con cui esse possono essere regolate. Essi comprendevano inoltre che il valore della moneta accettata in pagamento agli uffici tributari deriva da questo potere e non da alcun valore intrinseco o di garanzia alla valuta stessa. In questo senso ognuno di questi autori manifesta, in gradi diversi, sostegno per la visione Cartalista della moneta in quanto “creatura dello stato”.

Questo saggio ha cominciato definendo la creazione di moneta come un’operazione contabile a due lati, in cui è essenziale l’accettazione del debito di un altro. Sulla base della teoria della moneta che sottostà alla visione Metallista, si afferma che gli individui decidono collettivamente di utilizzare un metallo prezioso allo scopo di facilitare il processo di scambio. E’ importante notare, tuttavia, che uno scambio facilitato attraverso l’uso di una merce collettivamente concordata (ad esempio l’oro) non rappresenta necessariamente uno scambio monetario (data la definizione di Minsky) dal momento che la cosa scelta per facilitare il processo di scambio non ha bisogno di esistere sotto forma sia di attivo che di passivo. Perciò, sebbene il metallo possa aver impresso un marchio, che segnala il fatto che è un debito di chi l’ha emesso, questa non è una componente necessaria della narrazione Metallista. Essa infatti postula (fin dall’inizio) l’adozione come mezzo di scambio di qualcosa che potrebbe essere unicamente un attivo (il metallo non coniato). In breve, la teoria Metallista non ha bisogno di conformarsi alla definizione di moneta come relazione di debito tra due parti.

In contrasto, gli Anti-Metallisti o Cartalisti vedono la creazione di determinate monete come dipendente dalla dichiarazione dello stato che esso la accetterà al valore facciale. La moneta statale, quindi, viene creata quando i cittadini accettano di detenere (come attivo) la valuta emessa dallo stato (una passività dello stato) che è richiesta in pagamento delle tasse. La visione Cartalista che abbiamo trovato in Smith, Knapp, Keynes e Minsky è, quindi, coerente con la definizione di moneta come operazione contabile a due lati, in cui una parte accorda a detenere il debito dell’altra.

4. La gerarchia della moneta

Nel Trattato Keynes distingue tra “moneta di conto” e “moneta” affermando che «la moneta di conto è la descrizione o il titolo e la moneta è la cosa che risponde alla descrizione» (Keynes, 1930, p. 3). Egli proseguiva dicendo che «se la stessa cosa corrispondesse sempre alla stessa descrizione, tale distinzione non avrebbe alcun interesse pratico. Ma se la cosa può cambiare, mentre la descrizione rimane la stessa, allora la descrizione può diventare assai significativa» (Ibid., p. 3). Ed è perché “cose” differenti possono rispondere alla “descrizione” della moneta di conto che esiste ciò a cui ci siamo riferiti come ad una gerarchia delle monete. La teoria Cartalista, che nella sezione precedente abbiamo visto corrispondere alla definizione di moneta che abbiamo dato nella Sezione 2, può essere utilizzata per descrivere in maggiore dettaglio questa gerarchia.

4.1 La moneta di conto

La “descrizione” o “titolo” a cui si riferiva Keynes è l’unità in cui è denominata tutta la moneta della gerarchia. Negli stati Uniti l’unità di conto è il dollaro, perciò tutta la moneta nella gerarchia è moneta “cartale” denominata in dollari. Ma perché il dollaro? Ovvero, perché è il dollaro e non qualche altra unità a fungere da “titolo” o “descrizione” a cui tutte le monete della gerarchia devono rispondere? La teoria Cartalista della moneta in quanto “creatura dello stato” ci da la risposta.

Poiché la valuta dello stato è l’unico mezzo legale con cui regolare le passività fiscali, e poiché le passività fiscali ricorrono in modo periodico, il settore privato avrà continuamente bisogno di dollari. E’ quindi l’ubiquità di passività fiscali denominate in dollari che rende il dollaro l’unità di conto standard per tutte le monete nella gerarchia16. Poiché il settore privato avrà sempre qualche debito nei confronti dello stato denominato in dollari, esso preferirà scrivere tutti i contratti monetari (fare tutte le promesse) in termini di dollari. In breve, l’unità in cui la moneta statale è denominata e in cui vengono pagate le tasse determina l’unità di conto per tutta la moneta della gerarchia (Keynes 1930; Lerner 1947; Wray 1998).

4.2 La moneta nella gerarchia

Si ricordi che la moneta rappresenta una promessa, o un pagherò, e che queste promesse possono essere create da chiunque. Il “segreto” per trasformare queste promesse in moneta è di fare in modo che altre persone e istituzioni le accettino. Si può quindi pensare alla “gerarchia della moneta” come ad una piramide multi-strato, in cui gli strati rappresentano promesse con differenti gradi di accettabilità (Foley, 1987)17. All’apice sta la promessa più accettabile, o la promessa “ultima”. Ma se tutte le monete sono denominate nella stessa unità di conto, perché alcune vengono considerate socialmente più accettabili di altre? Quale sarà la promessa più accettabile? E perché qualcuno dovrebbe essere d’accordo a detenere la promessa relativamente meno accettabile? Indaghiamo i diversi tipi di moneta incluse nella gerarchia.

Nella trattazione di Knapp, tutta la moneta rappresenta un mezzo ‘cartale’ di pagamento. Vale a dire che tutta la moneta consiste in “ticket” o “gettoni” che acquisiscono validità per mezzo della dichiarazione che essa verrà accetta come mezzo di pagamento. Questi “gettoni” o “biglietti” che gli individui e le istituzioni hanno dichiarato accettabili come mezzi di pagamento non diventano moneta fino a quando non vengono accettati da altri individui e altre istituzioni. Per esempio, quando il servizio postale dichiara che un francobollo di 0,33 dollari verrà accettato come pagamento per la consegna di una piccola busta, affinché esso diventi moneta cartale un individuo/istituzione deve accettare il francobollo in quanto debito del servizio postale. Questo è coerente con i requisiti della nostra concezione di moneta in quanto operazione contabile a due lati; il francobollo, un attivo per il portatore, è una passività del servizio postale fino a che non viene utilizzato come mezzo di pagamento (attaccato ad una lettera e ceduto per la spedizione). Se si applicasse questa logica a tutta la moneta cartale, sarebbe teoricamente possibile costruire una lista di tutte le forme concepibili di moneta. Tornando a Keynes, quindi, un gran numero di “cose” risponderanno alla “descrizione” o al “titolo” di moneta; cioè ogni biglietto aereo, scheda telefonica pre-pagata, biglietto del cinema, gettone per la metropolitana ecc., è una forma di moneta cartale. Essa sarà quindi utile per il nostro focus specifico e per procedere ad una discussione semplificata della “gerarchia”.

Possiamo immaginare la “gerarchia semplificata” come una piramide debitoria a quattro strati, in cui i debiti delle famiglie, delle imprese, delle banche e dello stato rappresentano ognuno un singolo strato. La gerarchia sarà in costante mutamento in quanto a dimensione e struttura; la sua dimensione aumenterà quando l’ammontare complessivo di nuovo debito creato crescerà più in fretta dell’ammontare complessivo che viene distrutto, mentre la sua composizione cambierà con la circolazione di questi debiti. Tutta la moneta presente nella gerarchia rappresenta una relazione esistente tra un debitore e un creditore, ma i debiti accettabili con maggiore generalità saranno situati più in alto nella gerarchia.

I debiti delle imprese e delle famiglie occupano rispettivamente il terzo e il quarto strato. Questo perché sussiste quantomeno la possibilità che esse non verranno scambiate alla pari con la moneta dello stato (necessaria a pagare le tasse). Per esempio, un’impresa può vendere delle obbligazioni per finanziare l’acquisto di un nuovo impianto. Nonostante la promessa dell’impresa di pagare un certo ammontare nominale ai detentori di quelle obbligazioni, il loro valore potrebbe variare nel corso del tempo (per esempio in base al rischio di fallimento e/o al cambiamento dei tassi di interesse). Perciò, in quanto attivi dei portatori, queste obbligazioni saranno meno liquide rispetto alla moneta bancaria, dal momento che possono non essere necessariamente «convertite velocemente nel mezzo di scambio con solo una piccolissima perdita di valore» (Wray 1990, p. 16, corsivo mio). Tuttavia le promesse delle imprese sono convertibili nel mezzo di scambio in modo più rapido (sono cioè più liquide) rispetto alle promesse delle famiglie, a causa dell’esistenza di un migliore mercato secondario in cui rivenderle. Per rendere accettabili le promesse delle imprese e delle famiglie, queste possono essere rese convertibili nel debito di qualcuno più in alto nella piramide, e possono richiedere il pagamento di interessi per compensare del rischio associato con la detenzione di questi asset meno liquidi.

Diversamente dalle imprese e dalle famiglie, le promesse dello stato e alcune promesse delle banche verrebbero accettate anche nel caso in cui non fossero convertibili in nessun’altra cosa. Vale a dire, che anche se oggi le banche rendono le loro promesse (i depositi bancari) convertibili a richiesta nelle promesse dello stato (la moneta statale) questo non è il motivo per cui sono accettate. E’ perché la moneta bancaria viene accettata dagli uffici tributari dello stato che essa è stata considerata da Knapp, assieme alla moneta emessa dallo stato, come la “moneta decisiva” del sistema (1924, p. 95). Perciò, anche nel caso in cui la convertibilità nella moneta statale fosse interrotta indefinitamente (eccetto che nelle camere di compensazione), le promesse bancarie continuerebbero ad essere accettate fintanto che vengono accettate in pagamento delle tasse.

Allo stesso modo, le promesse dello stato non dipendono dalla possibilità di convertirle in qualcos’altro18. Come ha notato Foley «lo stato non deve rimborsare le proprie passività trasferendo qualcosa di diverso» (1987, p. 520). Perciò, né lo stato né le banche si affidano alla convertibilità per rendere accettabili le proprie promesse; ciò che rende accettabili entrambe è il fatto che vengano accettate presso gli uffici tributari dello stato.

Si ricordi che la posizione di una moneta all’interno della gerarchia dipende dal grado in cui questa viene accettata dalla società. Essendo le monete “decisive” del sistema, sia le promesse dello stato che le promesse delle banche hanno la posizione più alta tra le monete della gerarchia. Tuttavia, nonostante la moneta bancaria faccia parte della moneta “decisiva” del sistema, la sua accettazione agli uffici tributari richiede in realtà che essa venga convertita in moneta statale (cioè nelle riserve bancarie). La moneta bancaria, cioè, viene convertita nelle riserve bancarie, così che (in ultima istanza) lo stato di fatto accetta in pagamento verso di sé solamente le sue stesse passività. Il debito dello stato, che viene richiesto in pagamento delle tasse ed è coperto dal potere dello stato di fare e applicare le leggi, è la moneta più accettabile della piramide, ed occupa quindi il primo strato19.

In quanto la moneta più accettabile presente nella gerarchia, il debito dello stato serve sia come mezzo di pagamento che come mezzo di scambio nelle transazioni private. Ma come riconosce Lerner, a questo riguardo non è necessaria alcuna legge dello stato che richiede che il debito dello stato venga accettato nelle transazioni private. Egli afferma l’irrilevanza di fatto delle leggi per il corso legale al fine di stabilire la moneta (generalmente accettabile), dicendo che «l’accettabilità generale, che è la sua caratteristica fondamentale, si mantiene o viene meno a seconda del fatto che lo stato accetti non accetti quella moneta» (1947, p. 313). Tobin concorda, suggerendo che:

«Nelle società avanzate il governo centrale è in una posizione di forza per poter rendere certi asset dei mezzi accettabili in modo generalizzato. Attraverso la sua disponibilità ad accettare gli asset designati in pagamento delle tasse e di altre obbligazioni, il governo rende questi asset accettabili da chiunque abbia questo genere di obbligazioni, e a sua volta da chiunque abbia obbligazioni verso questi ultimi e così via» (Tobin e Golub 1998, p. 27).

Perciò, l’obbligazione legale di pagare le tasse, e la dichiarazione da parte dello stato che accetterà la propria moneta agli uffici tributari, eleva la moneta dello stato al vertice della piramide, rendendole le promesse con il più elevato grado di accettabilità.

Nonostante le passività dello stato regnino supreme tra le promesse, le promesse di alcune banche, dal momento che vengono accettate in pagamento agli uffici tributari dello stato, funzionano anch’esse da mezzi di pagamento e da mezzi di scambio. In particolare «i conti correnti hanno ottenuto uno status speciale nelle nostre economie, a causa del ruolo speciale che sono giunte a svolgere le banche commerciali» (Wray 1990, p. 291). Dal momento che le banche centrali garantiscono che i conti correnti possano essere scambiati alla pari con la moneta dello stato, e dal momento che sono accettati in pagamento delle tasse, le promesse delle banche (i depositi, i conti correnti) sono liquidi quasi quanto la moneta statale, ed occupano quindi il secondo strato della piramide.

In sintesi, non tutta la moneta viene creata uguale. Sebbene il governo, le banche, le imprese e le famiglie possano tutte quante creare moneta denominata nell’unità sociale di conto, queste monete non sono considerate ugualmente accettabili (Hicks, 1989). Solo lo stato, attraverso il suo potere di fare le leggi e di applicarle, può emettere promesse che i suoi cittadini devono accettare se vogliono evitare delle sanzioni. L’accettabilità generale sia della moneta statale che di quella bancaria deriva dalla loro utilità per il pagamento delle tasse e delle altre passività verso lo stato. Ciò le rende le monete “decisive” della gerarchia, e consente loro di circolare ampiamente come mezzo di pagamento e mezzo di scambio. I debiti delle famiglie e delle imprese sono accettabili a causa della possibilità di convertirli (almeno potenzialmente) nelle promesse relativamente più accettabili. Questi debiti non sono accettati agli uffici tributari dello stato ed è, quindi, improbabile che divengano dei mezzi di pagamento ampiamente accettati.

5. Osservazioni conclusive e implicazioni politiche

Il dibattito odierno tra Keynesiani e Monetaristi si fonda sul più antico dibattito tra Metallisti e Cartalisti del Sedicesimo e Diciassettesimo secolo. In questione sono la natura e il ruolo della moneta, nonché la fonte d’ispirazione del suo utilizzo. L’analisi monetaria “reale” praticata oggi, sopratutto tra i monetaristi, deriva dalla precedente teoria Metallista, o teoria della moneta-merce (Ingham 1996). Di conseguenza i primi Metallisti e i Monetaristi di oggi hanno significative somiglianze metodologiche. Primo, entrambi trattano la moneta come irrilevante per l’analisi “reale”20. Schumpeter, infatti, nota che «secondo la teoria metallista la teoria della moneta deriva direttamente da un’analisi, logicamente anteriore, del baratto» (Schumpeter 1954, p. 288). Questa tradizione prosegue nella sua forma moderna (monetarista), in cui lo scambio è analizzato come se avesse luogo in una semplice economia di baratto, in cui la moneta serve solamente da lubrificante del meccanismo dello scambio. Tutto quello che conta sono i valori di scambio “reali” derivati da relazioni di scambio altamente astratte basate su comportamenti razionali di massimizzazione.

Secondo, in aggiunta ai loro approcci asociali, la metodologia di entrambe le scuole è chiaramente a-storica. Si afferma che sia i mercati che gli scambi siano antecedenti all’uso della moneta, e che la moneta sia venuta fuori come aiuto allo scambio di mercato. Queste convinzioni permangono nonostante la scarsità delle prove a sostegno del fatto che le stesse economie di baratto siano mai esistite (vedi ad esempio Heinsohn e Stiger 1989; Wray 1993), che in alcune regioni le prime monete erano denominate in valori troppo elevati perché potessero funzionare da mezzi di scambio (Kraay 1964; Ofonagoro 1979), e che l’uso di dare in cambio monete metalliche sia stato una conseguenza accidentale del loro sviluppo, non la ragione di esso (Crawford 1970). Nessun tentativo è stato fatto riguardo alle caratteristiche monetarie di unità di conto e di mezzo di pagamento, poiché l’interesse primario è di mostrare che la moneta si è sviluppata spontaneamente come mezzo di scambio.

Il mainstream ha da tempo trovato impossibile incorporare con successo la moneta nelle proprie analisi (Hahn 1981). I Keynesiani, all’opposto, hanno avuto un discreto successo con la teoria della moneta endogena, e hanno affermato l’importanza della moneta in quanto unità di conto, mezzo di pagamento e riserva di valore, ma hanno spesso trascurato l’aderenza di Keynes alla teoria Cartalista della moneta. La teoria Cartalista che abbiamo trovato in Smith, Knapp, Keynes, Lerner, Minsky e Tobin offre un’utile alternativa ad entrambi i gruppi21.

La teoria Cartalista ci fornisce non soltanto una migliore fondazione teorica (fondata su fatti storici) per la teoria monetaria, ma il suo approccio contabile alla creazione di moneta include nel suo perimetro anche tutto il complesso degli assetti finanziari, che erano fondamentali sia per Keynes che per Minsky. Dalla teoria Cartalista seguono, inoltre, alcune importanti implicazioni politiche. Primo, comprendere la teoria Cartalista della moneta conduce ad una visione essenzialmente differente della finanza dello stato. In particolare, come ha riconosciuto Boulding (1966), il ruolo della politica fiscale è molto più importante per la determinazione dell’offerta di moneta di quanto sia generalmente ammesso (Bell 1998). Ciò è ovviamente antitetico alla teoria mainstream, che attribuisce il controllo dell’offerta di moneta alla politica monetaria, piuttosto che a quella fiscale. Secondo, il ruolo dello stato come prestatore di ultima istanza, deve essere esteso al di là del semplice offerente di liquidità di ultima istanza in tempi di crisi, per includere anche il suo continuo ruolo nella gerarchia basato sull’obbligo dei cittadini di pagare le tasse. Entrambe vanno certamente a rafforzare la posizione della moneta endogena22. Terzo, come hanno recentemente argomentato Sawyer (1999), Parguez (1999) e Kregel (1999) la relazione tra controllo sulla moneta e potere sovrano (il nucleo della teoria Cartalista), che è stato recisa nell’Unione Monetaria Europea, ha implicazioni per il futuro dell’Euro. Questi e altri importanti post-keynesiani (vedi anche Davidson 1997; Goodhart 1998; Wray 1998) hanno già cominciato ad esplorare l’approccio Cartalista, ma ancora molto resta da fare.

 

Note

1 Implicita in questo modo di considerare la moneta è l’idea che la moneta si evolva assieme ai contratti e alla proprietà privata. I bilanci non possono essere antecedenti alla moneta perché essi vengono utilizzati per registrare gli attivi e i passivi denominati in moneta. Per un’analisi decisamente più dettagliata di questo processo, vedi Wray (2012).

2 In realtà, Schumpeter (1954) e Vickers (1959) notano che il dibattito può essere fatto risalire fino a Platone (427-347 a.C.) e Aristotele (387- 322 a.C). Il dibattito è poi proseguito nei primi dell’Ottocento vedendo la scuola bancaria e la scuola monetaria tra i protagonisti principali, ed è culminato nel dibattito odierno tra monetaristi e keynesiani. Sebbene siano cambiate le classificazioni dei due contendenti, l’essenza della disputa rimane basata sul primo dibattito tra Metallisti e Cartalisti.

3 Questa analisi “reale” dello scambio di baratto viene portata avanti nonostante via siano pochissime evidenze che un’economia di baratto sia mai esistita (Heinsohn e Steiger 1989).

4 Innes (1913) riconosce che una doppia coincidenza di bisogni non sia mai stata necessaria, e che il credito avrebbe potuto consentire (come, sostiene, ha fatto) il realizzarsi dello scambio anche in assenza di qualsiasi mezzo fisico di scambio.

5 Quasi qualsiasi manuale di economia mainstream attribuisce qualche vantaggio individuale nell’uso dello scambio in moneta. In particolare, si dice che agenti razionali massimizzatori accettano la moneta perché nel farlo c’è un’utilità. Ma come indica Ingham (1996, p. 515) «il vantaggio della moneta presuppone l’esistenza di un sistema monetario» dal momento che gli individui possono beneficiare dall’uso della moneta soltanto se altri decidono a loro volta di usarla.

6 Si pensava che il valore a cui la moneta-merce veniva data in cambio venisse scambiato con il corrispettivo di una merce avente lo stesso valore. Questa “regola di equivalenza” vigente nello scambio era considerata necessaria affinché l’analisi “reale” potesse procedere.

7 Goodhart (1996) nota che il più delle volte era lo stato a svolgere la funzione di coniatura.

8 Divisibilità, durabilità e portabilità sono tra le proprietà che vengono solitamente citate (Clower, 1984).

9 Come mi ha suggerito un revisore, si può sostenere che il numerario di Walras è di fatto un bene reale esso stesso, e non una mera rappresentazione o un simbolo dei beni reali. In questo caso, il sistema walrasiano diventa non un sistema monetario ma semplicemente un complesso sistema di baratto.

10 Lo stato, sempre se entra nella discussione, vi viene generalmente inserito nella funzione di far rispettare i contratti e/o di fornire beni e servizi che le imprese che ricercano il profitto non produrrebbero. Si ricordi che il problema dell’identificabilità veniva “risolto” utilizzando la fornitura da parte dello stato di un “bene pubblico” la moneta segnata), ma che esso non aveva alcun reale potere, dal momento che il tipo di moneta in uso era stato scelto dalla società.

11 Talvolta viene utilizzato anche il termine Cartalismo (Vickers 1959; Goodhart 1998). Laddove “Chartal” deriva dalla parola latina “Charta”, Il termine “Cartal” deriva dalla parola italiana “carta”, entrambe però si riferiscono a un biglietto o a un gettone.

12 Nota che Knapp non sta suggerendo che le leggi del corso legale siano responsabili del valore della moneta statale ma che, piuttosto, è l’autorità dello stato nell’imporre e prelevare le tasse (e i requisiti legali per pagare le tasse) che da valore alla moneta. Perciò qualora il sistema fiscale vada al collasso «il valore della moneta cadrebbe rapidamente vicino allo zero» nonostante il mantenimento delle leggi sul corso legale (Wray 1998, p. 32).

13 Per lo stato era razionale opporsi alla tosatura non perché questa gli impedisse di ricevere l’oro e l’argento di cui aveva bisogno o che voleva, ma perché ciò interferiva con l’estrazione di beni e servizi dal settore privato. E’ certamente possibile che lo stato non l’avesse capito.

14 Il suo contenuto metallico non era, ovviamente, del tutto irrilevante a questo riguardo. Come ci conferma la storiografia, le monete metalliche che avevano anche un valore intrinseco non potevano circolare ad un tasso nominale inferiore al loro valore intrinseco. Vale a dire, che se il valore intrinseco era maggiore del prezzo nominale per la conversione, le monete sarebbe state «portate a fondere e utilizzate come lingotti» (Innes 1913, p. 380). Questo di solito non era un problema, sebbene, come nota Innes, «il valore ufficiale fosse puramente arbitrario e non avesse niente a che fare con il valore intrinseco delle monete. Di fatto, quando i re desideravano ridurre le loro monete al valore nominale più basso possibile, essi emettevano degli editti in cui dichiaravano che sarebbero state accettate al valore di lingotto» (Ibid., p. 386).

15 Sebbene si stia sostenendo che il valore della moneta statale derivi dalla sua utilità per il pagamento delle tasse e di altre passività verso lo stato, ci sono stati certamente periodi storici in cui il valore della moneta dello stato è stato seriamente compromesso (per esempio nelle iperinflazioni). Questi episodi mettono in discussione la solidità della teoria Cartalista? Certamente no. Il valore della moneta statale dipende, sicuramente, dall’abilità dello stato di tassare in modo efficiente, così che durante la Guerra Civile Americana i prezzi aumentarono di 28 volte negli stati del Sud, dove la tassazione era solo il 5% della loro spesa, mentre aumentarono di solo due volte negli stati del Nord, dove la tassazione era pari al 21% della spesa complessiva per lo sforzo bellico (Wray 1998). Bisogna dire, però, che il crollo della capacità impositiva di uno stato è solo una condizione sufficiente (ma non necessaria) dell’iperinflazione. Infatti, paesi come l’Argentina e il Perù hanno subito situazioni di iperinflazione anche in assenza di un collasso del sistema fiscale. Anche se, come nota Goodhart (1998, p. 421), «è notevole quanto in questi casi la tassa da inflazione sulla valuta nazionale dovette diventare alta prima che i cittadini passassero ad una valuta straniera alternativa». Vi possono essere inoltre altri fattori non esplicitamente riconosciuti dalla teoria Cartalista (ma certamente compatibili con essa), che danno conto di aumenti eccessivi dei prezzi a dispetto di una tassazione efficiente. Per esempio, lo stato potrebbe pagare per i beni e servizi che compra dei prezzi di mercato, senza accorgersi che il suo monopolio sull’emissione dei crediti d’imposta (in aggiunta al suo potere fiscale) gli dà la possibilità di specificare (o di stabilire esogenamente) i prezzi che intende pagare. Mosler (1997-98) sviluppa questo argomento.

16 Il lettore potrebbe domandarsi se a questo proposito sia rilevante il livello di tassazione (o la misura della spesa pubblica). La risposta è no. Diversamente da altre unità, come imprese, famiglie e banche, che per poter spendere devono acquistare crediti verso altri (cioè moneta), lo stato effettua i suoi acquisti obbligando le persone (mediante il suo potere fiscale) ad accettare la sua valuta in cambio di beni e servizi. Questa è la chiave della teoria Cartalista di come si sviluppa un sistema monetario, ed è indipendente dalle dimensioni del settore pubblico. Perciò, qualunque sia la cosa accettata dal governo essa si collocherà in cima alla piramide; una nazione con bassa tassazione non è meno efficace a riguardo.

17 Anche Douglas Vickers (1959, p. 72) riconosce l’importanza dell’accettabilità. L’argomento che sviluppiamo qui, però, se ne differenzia per un importante aspetto poiché, a differenza della trattazione di Vickers, la “moneta” non è soltanto ciò che ha accettabilità generale (esiste, cioè, un’intera gerarchia di monete che differiscono tra loro per il grado di accettabilità).

18 Ci riferiamo qui nello specifico alla moneta fiat emessa dallo stato. Le promesse statali potrebbero, naturalmente, prendere anche la forma delle obbligazioni del debito pubblico, ma sebbene queste promesse abbiano anch’esse un posto nella gerarchia, a meno che non vengano accettate in pagamento delle tasse esse si posizioneranno al di sotto della moneta statale e bancaria.

19 Che il debito dello stato stia in cima alla piramide in tutti i moderni sistemi monetari è cosa che si può facilmente osservare. Uno potrebbe tuttavia obbiettare che questa loro posizione non deriva dall’imposizione e dal far rispettare l’obbligo delle tasse da parte dello stato, ma dal fatto che il mercato identifichi questi debiti come aventi il maggiori grado di “moneticità”. Questa obiezione potrebbe derivare, per esempio, dalla teoria di Menger per come è stata riformulata da Von Mises (1881). Per Von Mises, qualsiasi merce ha le caratteristiche potenziali di emergere spontaneamente come moneta, ma possiamo aspettarci che quella che andrà in cima alla piramide sarà quella con il maggiore grado di smerciabilità (cioè quella con più probabilità di essere accettata negli scambi). In questo modo gli Austriaci possono contestare che il debito dello stato sia in cima alla piramide non a causa del potere fiscale dello stato, ma solamente a causa di una ratifica ex-post della “moneta” selezionata spontaneamente dal mercato. La “teoria statale della moneta” di Knapp, quindi, potrebbe essere vista semplicemente come un “caso particolare”, che non è necessariamente incoerente con la spiegazione neoclassica. Questa obiezione, però, non è così stringente, dal momento che, come argomenta Wray (1998, p. 43), la teoria Cartalista è una teoria generale, che può essere applicata «all’intera era della moneta cartale o statale». Per difendere la tesi in maniera più rigorosa sarebbe necessaria una dettagliata analisi della storia e dell’evoluzione della moneta. Poiché non è possibile farla in questa sede, i lettori interessati devono essere rimandati al Capitolo 3 del libro di Wray (Ibid.).

20 Si ricordi che per i primi Metallisti la moneta era semplicemente una merce con determinate caratteristiche che le consentivano di fungere da mezzo di scambio. La “moneta” quindi, era una merce “reale” (o, in Walras, un numero che rappresentava i beni reali). Milton Friedman è rimasto fermamente fedele all’analisi “reale” dei suoi predecessori. Egli ci dice per esempio che la ragione essenziale per cui gli individui concordano nel tenere una moneta cartacea intrinsecamente senza valore (e senza copertura metallica) è «di evitare la “doppia coincidenza” connessa al baratto» (Friedman 1969, p. 3). Afferma recisamente inoltre che mentre «non vi è niente di così irrilevante come la quantità di moneta espressa in termini dell’unità monetaria nominale ... [la] situazione è molto diversa per quanto riguarda la quantità reale di moneta» (Ibid., p. 1).

21 Non basta però che Friedman faccia seguire al suo lancio dall’elicottero l’annuncio che quella carta può essere utilizzata per pagare le tasse!

22 Si può dimostrare, infatti, che le operazioni di spesa e di tassazione del Tesoro lasciano le autorità monetarie senza altre alternative che quella di adottare un obiettivo di prezzo (di tasso di interesse), piuttosto che un obiettivo quantitativo (degli aggregati monetari). Maggiori dettagli su questo in Bell (2000).


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Fonte: https://cas.umkc.edu/economics/people/facultyPages/wray/courses/Econ601%202012/readings/Bell%20The%20Role%20of%20the%20State%20and%20the%20Hierarchy%20of%20Money.pdf
Traduzione: Jacopo Foggi per CSEPI