Questa è in qualche modo la parte più intuitiva della MMT, eppure già sembra causare problemi quando si hanno delle discussioni di livello superiore su diversi punti tecnici. Indipendentemente da ciò, torniamo al mondo reale e vediamo quali sono i limiti alla sovranità monetaria, qual è il vero spazio politico mondiale: i tassi di cambio fluttuanti e cosa sono attualmente gli obblighi Forex di un paese.

In primo luogo, cerchiamo di stabilire che tutti i beni e servizi che uno Stato può generare e fornire per sé stesso possono essere gestiti interamente nella propria valuta. Tuttavia, la maggior parte degli stati ha bisogno di alcune importazioni, e tali importazioni possono o non possono essere disponibili nella propria moneta di Stato. In questi casi, lo Stato avrà bisogno sia di esportare beni reali e servizi per ottenere la moneta necessaria, e dovrà essere in grado di scambiare la propria moneta con quella di destinazione su di un mercato forex.

Nell’ipotesi di scambio valutario, lo Stato può sia lasciare che la valuta fluttui liberamente, sia collegarla ad una sorta di punto di aggancio. Se la valuta fluttua liberamente, allora la sovranità monetaria è mantenuta. Se c’è un aggancio, allora la sovranità è compromessa dal momento che lo Stato sarà obbligato a sostenere l’aggancio, o a dichiarare default.

In pratica, la maggior parte dei paesi operano in quello che ho chiamato “un regime valutario misto” dove i cittadini utilizzano un mix di valute locali e straniere. Questo è certamente vero nei paesi del terzo mondo, e questo regime misto riflette come la sovranità di questi paesi sia anche debole – di solito vi è limitata applicazione della legge, corruzione, deboli diritti di proprietà, ecc. Man mano che la sovranità degli stati aumenta, potete osservare come i regimi valutari misti diventano meno misti, e se lo stato è iper-sovrano, ad esempio ha la capacità di dettare, o almeno di influenzare fortemente gli affari degli altri stati, allora ritrovi che la sua moneta comincia a dominare in questi altri paesi. Il dollaro americano rappresenta il caso A.

Ramanan scrive:

Ora, è chiaro dalla citazione di cui sopra che Mitchell ammette che le nazioni attraverso il governo hanno un limite nella politica fiscale. Ma il fatto più fastidioso è che egli lo presenta come se il governo nel fare ciò abbia una certa completa volontà di non indebitarsi in valuta estera.

Dipende da quanto il paese vuole importare. Il libero commercio ha costi invece di benefici, e un paese può facilmente sviluppare industrie automobilistiche interne, ad esempio, se volesse. Le vetture non sarebbero buone come se fossero provenienti dal Giappone, ma potrebbe comunque farlo. A parte alcuni prodotti, i paesi hanno la possibilità di scambiare meno, e questo comporterà meno indebitamento in valuta estera, anche se questa soluzione ha dei costi.

E continua:

Così la storia Neocartalista secondo cui in qualche modo il governo non dovrebbe indebitarsi valuta estere è vacua. Solo pochi paesi hanno la capacità di attirare gli investitori per acquistare il loro debito in valuta nazionale e in genere queste nazioni hanno successo nel commercio internazionale. Ma questo non rappresenta una garanzia continua di successo – se l’indebitamento netto verso l’estero continua a salire rispetto alla produzione perché il commercio nei mercati internazionali di beni e servizi diventa debole, allora la produzione si contrae e un cambiamento nelle preferenze di portafoglio degli investitori può anche portare al peccato originale, anche se si parte da zero debito pubblico in valuta estera.

Non sono d’accordo che la visione della MMT sia vacua, penso che egli sottolinei un altro costo reale e un rischio del libero scambio. Egli termina su quello che io considero un altro non-sequitur:

ora l’effetto ritorno di fiamma: nel blog “teoria monetaria moderna”, esempi come quelli del Pakistan sono presentati come se fossero stati i responsabili politici del Pakistan a commettere l’enorme errore di essersi indebitati in valuta estera e per i loro fan questo sembra rafforzare l’opinione che nell’ipotetico mondo cui i Neocartalisti fantasticano, non vi è alcun vincolo della bilancia dei pagamenti. E l’errore è l’incapacità di riconoscere che “il denaro” ha un aspetto internazionale, in aggiunta a ciò che ha a che fare con il governo e le banche.

Allo stato attuale, la soluzione per i leader mondiali è di fornire un’espansione fiscale coordinata e indurre le nazioni creditrici ad aumentare la domanda interna e, quindi, ad aumentare il livello delle importazioni di quest’ultimo. Ma la soluzione a lungo termine è quello di abbandonare un sistema di libero scambio. E questo è lontano dalle descrizioni estreme del mondo da parte della “MMT” e dalle soluzioni eccessivamente semplificate.

Sono molto familiare con il Pakistan e l’indebitamento in dollari con l’aggancio monetario limita certamente la capacità del Pakistan di usare la politica fiscale per stimolare la domanda interna se fosse quello realmente necessario. Onestamente, però, il più grande problema del Pakistan è l’incapacità di generare una domanda di risparmio in rupie da parte della sua popolazione interna perché ha una riscossione delle imposte troppo bassa. Una riscossione delle imposte maggiore significherebbe una riduzione maggiore di rupie, riducendo la pressione inflazionistica, e sperimentando deficit più elevati. La necessità del Pakistan di indebitarsi in valuta estera deriva direttamente dall’essere incapace di tassare i propri sudditi, anche se io non voglio insinuare che se potesse tassare in rupie questo finanzierebbe la sua capacità di spendere in rupie. Il meccanismo non è un meccanismo di finanziamento causale. Il governo pakistano è un sovrano limitato.

L’esempio del rublo del ’98 è interessante perché lì il default della Russia sul debito denominato in rubli sarebbe potuto essere teoricamente. Il meccanismo di contagio c’era in realtà prima del mondo degli hedge fund, che venivano costretti a vendere altre posizioni perché i loro portafogli di debito estero venivano spremuti.

Una delle più interessanti intuizioni della MMT, come dichiarato da Mosler, è “le esportazioni sono un costo, le importazioni sono un ricavo”, che è l’opposto della solita narrativa secondo cui le economie guidate da esportazioni, come il Giappone, sono ben viste mentre le economie guidate dalle importazione, come gli Stati Uniti, vengono considerate più vulnerabili. Quando si guarda direttamente a beni e consumi, è ovvio che un paese desideri le merci (che sono difficili da produrre) più di quanto non desideri la propria moneta (che è banale, il trucco sta nel farla accettare). Ci sono altri motivi per cui un’economia fortemente importatrice genera i suoi costi propri, ma se dovessi scegliere tra una collana di perline o l’isola di Manhattan, spero che la scelta sia chiara, anche se non avete dimestichezza con la MMT.


Fonte: winterspeak.com, 28/02/2014

Tradotto da: Graziano Fresiello