di Fabio Di Lenola

 

Da tempo immemore siamo ormai inseriti, o meglio fagocitati, in un sistema di comunicazione e so- prattutto di informazione, progressivamente sempre più dalla realtà.

I programmi di approfondimento, di informazione, i telegiornali ed i giornali, perduto ormai il ruolo originario per il quale furono ideati, si sono trasformati in un vero e proprio ceto (che in parte ha so- stituito la religione) la cui funzione è l'intermediazione tra i dominanti ed i dominati.

Un'intermediazione che mira a produrre ad addomesticare e, soprattutto, a riprodurre i rapporti di forza in campo.

Da ciò ne scaturisce, non ultima, la magnificazione del Jobs act renziano, inventando presunte rigi- dità nel mercato del lavoro italiano (si consulti l'OCSE per maggiore info al riguardo) e spiegando la disoccupazione italiana addirittura come conseguenza di tali rigidità.

Nonostante gli studi empirici più rilevanti (ricordiamo le dichiarazioni del capo economista del FMI O. Blanchard, 2006, oltre ad un recente studio – aprile 2015 - del FMI stesso), indichino che un'e- ventuale deregolamentazione del mercato del lavoro non produca effetti significativi sull'occupazio- ne, il governo Renzi, e sostanzialmente tutti i governi occidentali, ancora insistono su quelle che dai media vengono definite “riforme strutturali”.

È interessante notare, come lo stesso linguaggio usato dagli “specialisti”, in questo caso il termine “riforme strutturali”, rimandi a quanto detto sopra in relazione alla funzione del ceto giornalistico in generale. Anche il linguaggio deve adoperarsi in questa funzione di intermediazione tra il vertice e la base della società ed è quindi opportuno mascherare dietro l'apparente “tecnicalità” del termine “riforme strutturali”, una banale riduzione delle protezioni legislative dei lavoratori e un sostanziale ridimensionamento dei diritti.

Esaurita questa breve postilla vorrei tornare brevemente sul Joba act.
Il 26 marzo sul suo profilo facebook il premier Matteo Renzi scriveva: “Che bella l'Italia che ri-

parte, avanti tutta: +38% di contratti a tempo indeterminato.”

Il Jobs act viene quindi presentato come una storia di successo, una storia a lieto fine, una favola.

Ricordiamo che il Jobs act, nelle intenzioni del governo, nasce per risolvere la piaga della disoccu- pazione che attanaglia il nostro paese. Questa è la funzione alla quale dovrebbe assolvere o, quanto meno, cosi hanno pensato gli ideatori della legge.

L'Istat oggi certifica che la favola non ci racconta di un lieto fine: infatti la disoccupazione è schiz- zata nuovamente al 13%.

Molti commentatori avevano predetto gli effetti nulli, o addirittura negativi, di tale modifica alla le- gislazione sul lavoro. (Lo spazio riservato loro sui media è stato minimo o inesistente. Guai a inter- ferire con l'ordine costituito o con il pensiero unico).

C'è questa idea, molto in voga nel PD, ma in generale nella linea di politica economica che domina da almeno tre decenni i governi occidentali (con pochissime differenze tra “destra” e “sinistra”), se-

condo cui rendere il mercato del lavoro più concorrenziale, liberalizzandolo, aumenterebbe l'occu- pazione. È un'idea che risale a prima di Keynes e della sua “rivoluzione” portata nella scienza eco- nomica.

È il solito rimando al meccanismo dei prezzi come sistema quasi automatico di aggiustamento.

Un mercato del lavoro più flessibile significa che il prezzo del costo del lavoro può variare (soprat- tutto in basso) in funzione della domanda da parte delle imprese.

Il presupposto è ovviamente che le aziende non assumano perchè scoraggiate dall'alto costo del la- voro (salari + cuneo fiscale). Se il costo del lavoro scendesse le aziende tornerebbero ad assumere.

Il prezzo del costo del lavoro, in questo schema molto semplificato, funziona come un regolatore tra la domanda che viene dalle imprese e l'offerta di lavoro che viene dai lavoratori.

Tanto più basso sarà il costo del lavoro tanto maggiore sarà l'incentivo delle imprese ad assumere.

Senza indagare su tutta una serie di effetti collaterali legati ad un salario che scende (l'esempio Gre- cia è un buon caso di scuola con disoccupazione intorno al 25% e salari in picchiata), come il calo dei consumi tanto per citarne uno, è sufficiente rimuovere il presupposto iniziale in base al quale le aziende non assumano a causa dell'alto costo del lavoro (dunque il prezzo come fattore dirimente) per far crollare tutto l'impianto logico.

Il punto sul quale riflettere è come mai, nonostante molti studi (oltre alla semplice logica) smenti- scano l'efficacia di queste politiche economiche, i governi e in particolar modo quello di Renzi insi- stano con fermezza su questa linea. È un po la stessa domanda che si pone oggi Carlo Clericetti sul suo blog (“Le inutili autocritiche del fondo monetario internazionale”).

C'è qualcosa di più profondo che va oltre l'economia, che occorre scoprire per capire il perchè di determinate scelte.

L'economia è uno strumento importante, ci permette di capire (una parte) della realtà che ci circon- da, ma occorre farsi aiutare da altre discipline.

Perchè, nonostante la (vuota) retorica renziana si sia schiantata sui numeri, il governo continui ad andare avanti?